La pistola scarica di Bersani

Senza voler considerare la secca risposta arrivata ieri dal ministro Elsa Fornero (“Il governo andrà avanti con la riforma del mercato del lavoro anche senza l’appoggio di tutti i partiti”), la minaccia di non approvare in Parlamento una riforma del mercato del lavoro non preventivamente concordata con i sindacati è stata l’ultima, poco felice uscita di Pier Luigi Bersani, che fa seguito a una serie di errori su questa materia. Leggi I toni sconclusionati di Marcegaglia e la crisi vera di Confindustria
10 AGO 20
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Senza voler considerare la secca risposta arrivata ieri dal ministro Elsa Fornero (“Il governo andrà avanti con la riforma del mercato del lavoro anche senza l’appoggio di tutti i partiti”), la minaccia di non approvare in Parlamento una riforma del mercato del lavoro non preventivamente concordata con i sindacati è stata l’ultima, poco felice uscita di Pier Luigi Bersani, che fa seguito a una serie di errori su questa materia. Il primo e più importante errore è di merito: l’idea che un mercato del lavoro rigido e duale, che scoraggia l’assunzione dei giovani sia una “conquista sociale” è profondamente sbagliata.

Come osserva in un bel saggio Pietro Reichlin, l’effetto di questo meccanismo paralizzante è un rallentamento delle potenzialità produttive e un disincentivo per l’impegno professionale di una generazione, oltre che delle donne e degli immigrati. Non proprio un bel risultato per chi si batte per l’equità sociale. Dall’errore di merito deriva quello di metodo: la riaffermazione del diritto di veto del sindacato sulle riforme, che naturalmente rende più efficace il ricatto dei settori più apertamente antagonistici, come la Fiom-Cgil e rende assai complicata la vita a chi nel sindacato cerca mediazioni ragionevoli o si dispone ad accettare anche senza approvarle riforme necessarie, com’è accaduto nel caso della riforma previdenziale.

Infine c’è l’effetto politico sempre pericoloso di un’intimazione verbale disgiunta dalla possibilità concreta di metterla in atto, della minaccia con la “pistola scarica” che è stata notata da vari osservatori. Bersani non può far cadere il governo, perché su questo il suo stesso gruppo parlamentare si spaccherebbe (con molti democratici più propensi a seguire le indicazioni di Giorgio Napolitano che quelle del segretario) e perché una crisi determinata dall’impossibilità di dar corso a un impegno sottoscritto con la Bce (che è il baluardo principale contro un declassamento del nostro debito) avrebbe effetti gravissimi.

Se l’intento di Bersani era quello di spingere per un accordo tra sindacati e governo, il metodo scelto è stato controproducente, perché l’esistenza di una sponda parlamentare alle posizioni più radicali rafforza queste ultime riducendo lo spazio di manovra degli altri interlocutori. Se invece si è trattato solo di una replica alle posizioni opposte espresse in un’intervista di Walter Veltroni, come alcuni sospettano, è ancora peggio. Mettere a rischio la difficile costruzione di una riforma cruciale per miserevoli risse interne di partito sarebbe una prova colossale di irresponsabilità.