La Cassazione di Dio
Non ci sono ergastolani in Vaticano, e Mastro Titta è un antico cimelio per turisti di bocca buona. Ma il tratto sicuro con cui ieri – con un motu proprio che dà pronta efficacia (“Questo decido e stabilisco, nonostante qualsiasi disposizione in contrario”) alle nuove leggi approvate dalla Pontificia commissione per lo stato della Città del Vaticano – Papa Francesco ha abolito l’ergastolo è più di un atto simbolico. E’ un gesto di governo e di pensiero che indica un’idea di giustizia (terrena) forte, ma adeguata al tempo.
10 AGO 20

Non ci sono ergastolani in Vaticano, e Mastro Titta è un antico cimelio per turisti di bocca buona. Ma il tratto sicuro con cui ieri – con un motu proprio che dà pronta efficacia (“Questo decido e stabilisco, nonostante qualsiasi disposizione in contrario”) alle nuove leggi approvate dalla Pontificia commissione per lo stato della Città del Vaticano – Papa Francesco ha abolito l’ergastolo è più di un atto simbolico. E’ un gesto di governo e di pensiero che indica un’idea di giustizia (terrena) forte, ma adeguata al tempo. Visto da quest’altra parte del Tevere, poi, dal paese della giustizia calpestata e delle carceri fuorilegge e che sull’ergastolo lascia Marco Pannella solo ad abbaiare alla luna, il breve testo papale che riforma la giustizia vaticana suona di monito e di buon esempio per come le cose possano essere fatte. A volerle.
I contenuti più importanti sono però altri. E non solo quelli che adeguano l’ordinamento vaticano – in continuità con quanto già fatto da Benedetto XVI – in tema di prevenzione e contrasto del riciclaggio e della criminalità organizzata transnazionale (i reati economici, diciamo). C’è soprattutto una ridefinizione che precisa e aggrava le norme per i delitti contro i minori (dalla prostituzione alla violenza sessuale alla pedopornografia), ratificando tra l’altro l’adesione alla Convenzione sui diritti del fanciullo e i suoi successivi Protocolli facoltativi. Negli ultimi anni la pressione esterna per costringere la chiesa a snaturare se stessa e la sua autonomia attraverso l’imposizione di standard giuridici mondani è stata persino violenta. E tesa, al di là degli episodi di merito, a scoperchiare un edificio bimillenario per ridurlo ai canoni di una giurisprudenza secolarizzata. Di fronte a ciò il motu proprio di Francesco suona non come una resa, ma come un atto di governo con cui un Papa gesuita, id est moderno, adegua di sua volontà il contenuto terreno della sua giurisdizione, rimarcandone con ciò anche l’autonomia.