Il sapore iracheno a Damasco

Le bombe sincronizzate ieri in Iraq, i cento e oltre morti, l’attacco terroristico più grave da quando gli americani hanno lasciato il paese, le derive settarie e l’impossibilità per i poliziotti e i soldati iracheni di fare qualcosa, hanno fatto tremare le cancellerie occidentali. Non tanto per l’Iraq – guerra dimenticata da un pezzo – quanto per il modello che rappresenta, dal punto di vista della dottrina di intervento, rispetto al contesto siriano.
10 AGO 20
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Le bombe sincronizzate ieri in Iraq, i cento e oltre morti, l’attacco terroristico più grave da quando gli americani hanno lasciato il paese, le derive settarie e l’impossibilità per i poliziotti e i soldati iracheni di fare qualcosa, hanno fatto tremare le cancellerie occidentali. Non tanto per l’Iraq – guerra dimenticata da un pezzo – quanto per il modello che rappresenta, dal punto di vista della dottrina di intervento, rispetto al contesto siriano. I combattimenti tra le forze di Damasco e i ribelli si spostano a nord, coinvolgono Aleppo (principale centro economico del paese), assumono contorni inquietanti ora che non si fa che parlare dell’arsenale chimico del regime, e quando le fonti di Damasco dicono che non useranno queste armi contro i ribelli (l’hanno detto ieri alla Bbc) l’inquietudine aumenta.
La diplomazia continua il suo inutile corso, con gli sforzi di Kofi Annan a fare da foglia di fico, e con l’apertura ufficiale della “fase dell’esilio”. A Doha i ministri degli Esteri della Lega araba hanno chiesto a Bashar el Assad di rinunciare al potere: a lui e alla sua famiglia sarebbe garantita un’uscita di scena in sicurezza verso un paese straniero, probabilmente la Russia più che l’Iran o la Tunisia. Non è la prima volta che al rais siriano si propone di lasciare Damasco e di riparare all’estero: ci aveva già provato lo scorso giugno (senza successo) il cancelliere tedesco Merkel, ne aveva parlato con Putin, ma Mosca era determinata a difendere il miglior alleato nel vicino oriente. Oggi qualcosa è cambiato: secondo indiscrezioni di stampa, la moglie di Assad, Asma, già da qualche giorno si troverebbe a Mosca insieme ai figli, mentre suo marito sempre più spesso preferirebbe rimanere nel feudo alawita di Latakia.
Anche per Slobodan Milosevic, Saddam Hussein e Muammar Gheddafi era stata vagliata la stessa soluzione, senza successo. Un esilio gestito dal Cremlino potrebbe avere esiti diversi, ma se non li avesse? Alla Casa Bianca ci sono incontri quotidiani per valutare un intervento armato, ma è improbabile un’azione unilaterale. E i morti in Iraq non aiuteranno la causa del popolo siriano: è così facile per l’occidente fare paragoni selettivi, a senso unico, così poco umanitari.