Geopolitica dei bond
Così gli stati indebitati capovolgono pure il mondo
Si doveva vedere anche questa. Pechino bacchetta Washington, fa lezione di sana finanza, chiede “misure responsabili per proteggere l’interesse degli investitori”, cioè dei cinesi stessi i quali hanno in portafoglio oltre 1.000 miliardi di dollari in titoli del Tesoro americano. Il campanello d’allarme suonato da Standard & Poor’s che due giorni fa ha considerato negative le prospettive a medio termine (tra sei mesi e due anni) è davvero un avvertimento politico e non solo all’interno degli Stati Uniti. Il presidente americano Barack Obama in televisione ha chiesto “sacrifici” a tutti, “anche ai miliardari e milionari”.
10 AGO 20

Si doveva vedere anche questa. Pechino bacchetta Washington, fa lezione di sana finanza, chiede “misure responsabili per proteggere l’interesse degli investitori”, cioè dei cinesi stessi i quali hanno in portafoglio oltre 1.000 miliardi di dollari di dollari in titoli del Tesoro americano.
Il campanello d’allarme suonato da Standard & Poor’s che due giorni fa ha considerato negative le prospettive a medio termine (tra sei mesi e due anni) è davvero un avvertimento politico e non solo all’interno degli Stati Uniti. Il presidente americano Barack Obama in televisione ha chiesto “sacrifici” a tutti, “anche ai miliardari e milionari”. Nemmeno l’Amministrazione pubblica può vivere al di sopra delle proprie risorse. Dunque austerità, un tabù dopo l’infelice esperienza di Jimmy Carter nel 1978. Le Borse ieri hanno incassato il colpo e sono tornate sia pur moderatamente positive. Resta insoluta una domanda, dopo la constatazione che anche in America il peso crescente del debito pubblico allarma analisti e politici: se l’intervento dello stato ha contribuito ad alleviare la crisi finanziaria, come riuscire ad attutire i contraccolpi di un’invadenza statale che fa lievitare disavanzi di bilancio e quindi indebitamenti pubblici?
Però è l’Europa, anzi l’area dell’euro, a tremare di più. Si parla con sempre maggior insistenza di un default della Grecia, mentre si sta discutendo di come salvare il Portogallo in campagna elettorale. Il successo dei “Veri finlandesi” rende più problematica la gestione delle crisi nei paesi periferici, perché un eventuale intervento filoportoghese ha bisogno del voto nel Parlamento finnico.
Se si guarda il rating dei principali paesi, Germania, Gran Bretagna e Francia hanno il massimo, le tre A, con outlook stabile. Anche l’Italia viene considerata stabile, ma il voto è A+, meno della Spagna alla quale vengono assegnate due A, ma con prospettive negative. Vuol dire che il debito italiano è più elevato (119,5 per cento del pil rispetto al 62,9), però il disavanzo annuo è inferiore e sotto controllo. Gli Stati Uniti mantengono tre A con un debito ormai vicino al 100 per cento del pil e un deficit oltre il 10. Ciò grazie al potere del dollaro che resta la moneta mondiale. Governo e Banca centrale possono stampare moneta con la certezza che venga collocata sui mercati esteri. La Cina avverte che anche questo signoraggio, cominciato nel 1971, quando Nixon emancipò il dollaro dall’oro, è al limite.
Il mondo è cambiato, non le regole. Lo ha ribadito ieri Giulio Tremonti durante l’audizione al Parlamento europeo. In particolare, ha detto, “l’Europa ha mostrato una visione politica totalmente insufficiente”. Per questo è un’ipotesi da prendere in considerazione la “revisione di trattati scritti prima della globalizzazione, prodotto di un mondo passato”. Il ministro ha poi chiesto Eurobond per finanziare le energie rinnovabili, annunciando che il governo non costruirà più centrali nucleari.
Tuttavia, la crisi dei debiti sovrani apre l’uscio a un ripensamento. La risposta tedesca è un’applicazione più rigida di Maastricht. Ma quota 60 per l’indebitamento pubblico, fa ancora senso? Secondo Kenneth Rogoff, l’allarme per la crescita scatta al livello 90. Non solo, si può andare avanti con politiche di tagli orizzontali, senza incidere sulle componenti di fondo?
Negli Stati Uniti sarà difficile prendere decisioni strutturali che frenino la corsa delle voci più importanti (sanità, pensioni, armamenti) prima delle elezioni presidenziali del 2012. Intanto, il limite fissato per legge al debito pubblico verrà spostato in avanti per la terza volta da quando Obama è entrato alla Casa Bianca: il 16 maggio raggiungerà il tetto di 14,3 trilioni, ma si prende tempo fino a luglio o magari a settembre cioè alla ripresa dei lavori del Congresso. Non si vede, in ogni caso, come intervenire in mancanza di un’analisi comune sulle cause del disastro nei conti pubblici, scrive Gerald Seib sul Wall Street Journal.
Si confrontano due narrazioni opposte, quella democratica che getta la colpa ai tagli fiscali e alle spese militari dell’amministrazione Bush e quella repubblicana, che se la prende con la spesa e la riforma sanitaria. La frattura ideologica impedisce di trovare qualsiasi soluzione.
Il campanello d’allarme suonato da Standard & Poor’s che due giorni fa ha considerato negative le prospettive a medio termine (tra sei mesi e due anni) è davvero un avvertimento politico e non solo all’interno degli Stati Uniti. Il presidente americano Barack Obama in televisione ha chiesto “sacrifici” a tutti, “anche ai miliardari e milionari”. Nemmeno l’Amministrazione pubblica può vivere al di sopra delle proprie risorse. Dunque austerità, un tabù dopo l’infelice esperienza di Jimmy Carter nel 1978. Le Borse ieri hanno incassato il colpo e sono tornate sia pur moderatamente positive. Resta insoluta una domanda, dopo la constatazione che anche in America il peso crescente del debito pubblico allarma analisti e politici: se l’intervento dello stato ha contribuito ad alleviare la crisi finanziaria, come riuscire ad attutire i contraccolpi di un’invadenza statale che fa lievitare disavanzi di bilancio e quindi indebitamenti pubblici?
Però è l’Europa, anzi l’area dell’euro, a tremare di più. Si parla con sempre maggior insistenza di un default della Grecia, mentre si sta discutendo di come salvare il Portogallo in campagna elettorale. Il successo dei “Veri finlandesi” rende più problematica la gestione delle crisi nei paesi periferici, perché un eventuale intervento filoportoghese ha bisogno del voto nel Parlamento finnico.
Se si guarda il rating dei principali paesi, Germania, Gran Bretagna e Francia hanno il massimo, le tre A, con outlook stabile. Anche l’Italia viene considerata stabile, ma il voto è A+, meno della Spagna alla quale vengono assegnate due A, ma con prospettive negative. Vuol dire che il debito italiano è più elevato (119,5 per cento del pil rispetto al 62,9), però il disavanzo annuo è inferiore e sotto controllo. Gli Stati Uniti mantengono tre A con un debito ormai vicino al 100 per cento del pil e un deficit oltre il 10. Ciò grazie al potere del dollaro che resta la moneta mondiale. Governo e Banca centrale possono stampare moneta con la certezza che venga collocata sui mercati esteri. La Cina avverte che anche questo signoraggio, cominciato nel 1971, quando Nixon emancipò il dollaro dall’oro, è al limite.
Il mondo è cambiato, non le regole. Lo ha ribadito ieri Giulio Tremonti durante l’audizione al Parlamento europeo. In particolare, ha detto, “l’Europa ha mostrato una visione politica totalmente insufficiente”. Per questo è un’ipotesi da prendere in considerazione la “revisione di trattati scritti prima della globalizzazione, prodotto di un mondo passato”. Il ministro ha poi chiesto Eurobond per finanziare le energie rinnovabili, annunciando che il governo non costruirà più centrali nucleari.
Tuttavia, la crisi dei debiti sovrani apre l’uscio a un ripensamento. La risposta tedesca è un’applicazione più rigida di Maastricht. Ma quota 60 per l’indebitamento pubblico, fa ancora senso? Secondo Kenneth Rogoff, l’allarme per la crescita scatta al livello 90. Non solo, si può andare avanti con politiche di tagli orizzontali, senza incidere sulle componenti di fondo?
Negli Stati Uniti sarà difficile prendere decisioni strutturali che frenino la corsa delle voci più importanti (sanità, pensioni, armamenti) prima delle elezioni presidenziali del 2012. Intanto, il limite fissato per legge al debito pubblico verrà spostato in avanti per la terza volta da quando Obama è entrato alla Casa Bianca: il 16 maggio raggiungerà il tetto di 14,3 trilioni, ma si prende tempo fino a luglio o magari a settembre cioè alla ripresa dei lavori del Congresso. Non si vede, in ogni caso, come intervenire in mancanza di un’analisi comune sulle cause del disastro nei conti pubblici, scrive Gerald Seib sul Wall Street Journal.
Si confrontano due narrazioni opposte, quella democratica che getta la colpa ai tagli fiscali e alle spese militari dell’amministrazione Bush e quella repubblicana, che se la prende con la spesa e la riforma sanitaria. La frattura ideologica impedisce di trovare qualsiasi soluzione.