Se Putin diventasse grande
Non è la lotta “zenga zenga”, vicolo per vicolo, che Gheddafi giurò ai ribelli libici poche settimane prima di perdere il potere e la vita, con buona pace per chi vede dittatori e rivolte ovunque si posi lo sguardo. Ma le inchieste e i processi contro i volti più noti dell’opposizione russa non sono neppure un grande colpo per il futuro del paese e per il nome del suo leader, Vladimir Putin. Da qualche settimana procure e tribunali paiono impegnati in una caccia contro musicisti, deputati e blogger che hanno guidato le proteste antigoverno d’inizio anno, come se fosse arrivato il momento di regolare i conti per i cortei nelle strade di Mosca.
9 AGO 20

Non è la lotta “zenga zenga”, vicolo per vicolo, che Gheddafi giurò ai ribelli libici poche settimane prima di perdere il potere e la vita, con buona pace per chi vede dittatori e rivolte ovunque si posi lo sguardo. Ma le inchieste e i processi contro i volti più noti dell’opposizione russa non sono neppure un grande colpo per il futuro del paese e per il nome del suo leader, Vladimir Putin. Da qualche settimana procure e tribunali paiono impegnati in una caccia contro musicisti, deputati e blogger che hanno guidato le proteste antigoverno d’inizio anno, come se fosse arrivato il momento di regolare i conti per i cortei nelle strade di Mosca.
In cella ci sono già Nadya Tolokonnikova, Yekaterina Samutsevich e Maria Alyokhina, tre ragazze di un gruppo punk chiamato Pussy Riot. A febbraio sono entrate con le chitarre nella cattedrale del Salvatore e hanno intonato un brano contro Putin. La sicurezza le ha fermate in pochi secondi, il Patriarca ha chiesto l’intervento del governo e un giudice ha ordinato che fossero chiuse in carcere in attesa del giudizio. Il processo è in corso in questi giorni, il reato è roba da romanzo dell’800, oscilla fra il vilipendio e il teppismo, la pena può arrivare a sette anni di prigione. Le tre dicono che la scelta di suonare lì è stata un “errore etico”, ma si tratta comunque di un’azione politica. Alexey Navalny, avvocato e blogger famoso per le denunce contro la corruzione, due giorni fa è stato accusato di trafficare legname, un crimine che può essere punito con dieci anni di carcere. Un altro blogger, Maxim Yefimov, è sulle liste dei ricercati dopo alcuni commenti sulla chiesa ortodossa. E Kseniya Sobchak, ex pupilla del presidente, riceve perquisizioni da quando è passata con l’opposizione.
Putin ha portato stabilità e sviluppo in Russia, ma ora il suo governo si trova in una fase nuova, deve scegliere tra la stabilità pura e semplice e le riforme, tra controllo del potere e aperture liberali. La campagna contro i simboli dell’opposizione mette in pericolo i progressi raggiunti dal paese negli ultimi quindici anni. Neppure i russi gradiscono: secondo il Levada-Center, il 42 per cento del paese sta con chi protesta. E’ il 10 per cento in più rispetto a marzo.