Perché senza banda larga la ripresa è più difficile
Non tutte le ricette anticrisi discusse in questi mesi sono ugualmente urgenti e prioritarie. Ma che sulla banda larga – quella tecnologia che consente un accesso più veloce a Internet – si debba accelerare, è ormai opinione condivisa. Lo sostiene per esempio il “rapporto Caio”, commissionato dal governo e presentato lo scorso marzo. Secondo questi dati, nel nostro paese solo 19,2 cittadini su 100 sono connessi con qualcosa che somigli alla banda larga, visto che in realtà la parte del leone la fa ancora l’Adsl, mentre latitano cavo e fibra ottica.

Dichiarazioni di intenti a parte, ora anche il Cipe sembra quantomeno “aver preso atto” della necessità di utilizzare gli 800 milioni di euro che, pur tecnicamente non ancora stanziati, sono in dotazione per tale investimento. E che per sbloccare questi fondi non si debba attendere il “dopo crisi”, vi sono tre ottime ragioni per sostenerlo. Primo, l’effetto risparmio. Lo ha notato ancora ieri il ministro Renato Brunetta riguardo la pubblica amministrazione; lo sa bene il Regno Unito che ha deciso di investire 200 milioni di sterline visto che una famiglia con accesso veloce a Internet può risparmiare 560 sterline l’anno pagando bollette e facendo acquisti online. In secondo luogo non è da sottovalutare l’impatto immediato dei lavori finalizzati a posare i cavi di fibra ottica e posizionare le installazioni wireless: secondo il ministro Claudio Scajola, solo ciò consentirebbe di aprire 33 mila cantieri, per 50 mila addetti. Questa infrastrutturazione sarebbe infine l’occasione per passare finalmente dai convegni sulla “società digitale e della conoscenza” a una sua effettiva realizzazione. Per queste ragioni paesi come Stati Uniti, Australia e Svezia hanno scelto di contrastare la crisi (anche) a colpi di banda larga. Non ci illudiamo: 800 milioni di euro non sono la panacea, ma indicherebbero la giusta direzione verso la quale pubblico e privato devono puntare.