Meno exit più strategy

Due bombe sincronizzate, ventiquattro morti in un compound nella città sciita di Diwaniyah, a sud di Baghdad, in quella parte dell’Iraq che gli esperti e i generali considerano tranquilla, relativamente parlando. L’obiettivo dell’attacco era la casa del governatore, perché al Qaida ha alzato il tiro, sta facendo strage di funzionari e amministratori, per mostrare che può colpire chi vuole, quando vuole, e per minare nel profondo i faticosi passi “istituzionali” della democrazia irachena.
9 AGO 20
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Due bombe sincronizzate, ventiquattro morti in un compound nella città sciita di Diwaniyah, a sud di Baghdad, in quella parte dell’Iraq che gli esperti e i generali considerano tranquilla, relativamente parlando. L’obiettivo dell’attacco era la casa del governatore, perché al Qaida ha alzato il tiro, sta facendo strage di funzionari e amministratori, per mostrare che può colpire chi vuole, quando vuole, e per minare nel profondo i faticosi passi “istituzionali” della democrazia irachena. La settimana scorsa a Baquba – nella cui periferia, nel 2006, fu ucciso al Zarqawi, allora capo di al Qaida in Iraq, in un blitz pensato e portato a termine dal generale McChrystal – un commando ha occupato il palazzo della provincia, terrorizzando tutti i dipendenti e uccidendone nove.

Anche Baghdad è stata colpita più volte negli ultimi giorni, parecchie bombe piazzate qui e là, sempre a colpire o palazzi del governo o le forze di sicurezza, nulla di spettacolare, ma quanto basta per far tornare la paura di saltare per aria mentre si va al mercato, che è proprio il clima in cui sguazza l’ideologia di al Qaida. A giugno sono già stati uccisi nove soldati americani (altro ambitissimo target dell’escalation qaidista) e le statistiche sono ripiombate ai dati del 2009. Entro il 31 dicembre dovrebbe completarsi il ritiro delle truppe americane, e più si avvicina la data, più gli attacchi diventano frequenti e violenti. Un effetto collaterale prevedibile, si dirà, e certo i generali che hanno deciso come smobilitare le truppe lo avranno messo in conto. Ma una cosa è un aumento fisiologico degli attacchi, un’altra è ritrovarsi con cinquanta funzionari ammazzati, con metodo e precisione, come se ci fosse una lista stilata e ogni giorno si tirasse una riga su un nome diverso. Una cosa è registrare un momentaneo aumento delle violenze, un’altra è ritrovarsi le bombe nei compound e nelle parti del paese che si consideravano pacificate.

Questi sono segnali preoccupanti, che vanno oltre una pianificazione di ritiro “valutando i risultati sul campo”.
Oggi Obama fisserà i numeri e le scadenze del ritiro dall’Afghanistan. Da quando è stato ucciso Osama bin Laden, da quando i soldi scarseggiano sul serio, da quando si è entrati in clima elettorale, la tentazione di accelerare il ritiro è diventata più allettante. Secondo le indiscrezioni di Politico quest’anno saranno ritirati almeno 5.000 soldati (secondo altre fonti 10 mila) per un totale di 33 mila entro la fine del 2012, che è un compromesso tra quanto chiedono i ritiristi e quanto consigliano i generali. Mettere fine a una guerra non è certo un compito semplice, ma più che all’exit è necessario pensare alla strategy. Altrimenti vince la filosofia dei terroristi, che è sempre banalmente la stessa, ma ribalta i fronti e guasta i risultati raggiunti in anni.