Liberalizzare tutto e subito
Per crescere bisogna liberalizzare. Per liberalizzare bisogna prendere di petto i grandi problemi, oltre che le piccole (seppure importanti) cose. Come il mercato del lavoro: le rigidità esistenti hanno effetti devastanti sulla propensione delle imprese a investire e assumere e sulla loro stessa struttura. Per esempio, il “nanismo” che tutti denunciano ha una delle sue più ovvie radici nell’“intoccabile” articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
9 AGO 20

Per crescere bisogna liberalizzare. Per liberalizzare bisogna prendere di petto i grandi problemi, oltre che le piccole (seppure importanti) cose. Come il mercato del lavoro: le rigidità esistenti hanno effetti devastanti sulla propensione delle imprese a investire e assumere e sulla loro stessa struttura. Per esempio, il “nanismo” che tutti denunciano ha una delle sue più ovvie radici nell’“intoccabile” articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Per questo appaiono stucchevoli le diatribe inscenate dai sindacati che invocano la concertazione e la Cgil che sbraita su inesistenti esclusioni.
Ma non c’è soltanto l’assente flessibilità in uscita su cui vuole incidere l’esecutivo per poter favorire le assunzioni e superare l’attuale dualismo del mercato del lavoro: per fare un altro esempio, la sicurezza sul lavoro è trattata dal nostro ordinamento in modo farraginoso e burocratico. Più concorrenza nell’assicurazione contro gli infortuni consentirebbe di garantire maggiori tutele ai lavoratori con meno gravami sui datori di lavoro. E di certo, come ha auspicato ieri il Quirinale, serve una revisione degli ammortizzatori sociali.
Lavoro a parte, c’è un mondo da liberalizzare, là fuori. E questo mondo non è fatto solo da coloro che la retorica ha imposto come “villain” della concorrenza, dai farmacisti ai tassisti. Certo, ci sono anche loro, ma ciò non può andare a scapito di altri settori, dai servizi pubblici locali all’energia, dalle poste alle ferrovie e ai trasporti, dove tutte le indagini (incluse le classifiche internazionali) concordano nel denunciare come i costi per i consumatori siano eccessivi rispetto ai livelli che si avrebbero in un mercato concorrenziale. Lo sforzo di liberalizzare, quindi, deve essere radicale e a 360 gradi: per evitare che qualcuno si percepisca, a torto o a ragione, il capro espiatorio di un paese malato di deficit concorrenziale in ogni quartiere.
L’esecutivo ha già un’agenda a disposizione. E’ quella dettata da anni dall’Antitrust che, con segnalazioni e relazioni, ha indicato al legislatore modi e tempi per aprire tutti i mercati. Non c’è alcuna pregiudiziale ideale mercatista nelle indicazioni che da anni giungono dal Garante della concorrenza. Bensì soltanto la consapevolezza che per far crescere l’economia italiana, soprattutto in una fase in cui i patti europei non consentono di espandere la domanda pubblica a fini sviluppisti, non resta altra strada – che sarebbe da percorrere sempre e comunque – che quella di allargare gli spazi della concorrenza e del mercato. Questo non per punire le società egemoni nei vari settori, o per favorire piccoli e grandi concorrenti che vogliono espandersi, bensì per allargare la possibilità di scelta e di acquisto dei consumatori e delle aziende.
Ma non c’è soltanto l’assente flessibilità in uscita su cui vuole incidere l’esecutivo per poter favorire le assunzioni e superare l’attuale dualismo del mercato del lavoro: per fare un altro esempio, la sicurezza sul lavoro è trattata dal nostro ordinamento in modo farraginoso e burocratico. Più concorrenza nell’assicurazione contro gli infortuni consentirebbe di garantire maggiori tutele ai lavoratori con meno gravami sui datori di lavoro. E di certo, come ha auspicato ieri il Quirinale, serve una revisione degli ammortizzatori sociali.
Lavoro a parte, c’è un mondo da liberalizzare, là fuori. E questo mondo non è fatto solo da coloro che la retorica ha imposto come “villain” della concorrenza, dai farmacisti ai tassisti. Certo, ci sono anche loro, ma ciò non può andare a scapito di altri settori, dai servizi pubblici locali all’energia, dalle poste alle ferrovie e ai trasporti, dove tutte le indagini (incluse le classifiche internazionali) concordano nel denunciare come i costi per i consumatori siano eccessivi rispetto ai livelli che si avrebbero in un mercato concorrenziale. Lo sforzo di liberalizzare, quindi, deve essere radicale e a 360 gradi: per evitare che qualcuno si percepisca, a torto o a ragione, il capro espiatorio di un paese malato di deficit concorrenziale in ogni quartiere.
L’esecutivo ha già un’agenda a disposizione. E’ quella dettata da anni dall’Antitrust che, con segnalazioni e relazioni, ha indicato al legislatore modi e tempi per aprire tutti i mercati. Non c’è alcuna pregiudiziale ideale mercatista nelle indicazioni che da anni giungono dal Garante della concorrenza. Bensì soltanto la consapevolezza che per far crescere l’economia italiana, soprattutto in una fase in cui i patti europei non consentono di espandere la domanda pubblica a fini sviluppisti, non resta altra strada – che sarebbe da percorrere sempre e comunque – che quella di allargare gli spazi della concorrenza e del mercato. Questo non per punire le società egemoni nei vari settori, o per favorire piccoli e grandi concorrenti che vogliono espandersi, bensì per allargare la possibilità di scelta e di acquisto dei consumatori e delle aziende.