La trattativa stato-Ingroia
Prima di partire per il Guatemala, Antonio Ingroia ha fatto recapitare, via Repubblica, un “pizzino” nel quale propone allo stato la sua “trattativa”. Dopo essersi domandato se “sulla vicenda della trattativa (quella ipotizzata nella sua inchiesta tra stato e mafia, ndr) c’è una ragion di stato che impedisce l’accertamento della verità”, invita gli organi dello stato a “dirlo”, a emanare una legge o a istituire una Commissione di inchiesta “politica”, così poi la magistratura, cioè lui stesso, potrebbe “fare un passo indietro”. Si tratta di qualcosa di più di una provocazione.
9 AGO 20

Prima di partire per il Guatemala, Antonio Ingroia ha fatto recapitare, via Repubblica, un “pizzino” nel quale propone allo stato la sua “trattativa”. Dopo essersi domandato se “sulla vicenda della trattativa (quella ipotizzata nella sua inchiesta tra stato e mafia, ndr) c’è una ragion di stato che impedisce l’accertamento della verità”, invita gli organi dello stato a “dirlo”, a emanare una legge o a istituire una Commissione di inchiesta “politica”, così poi la magistratura, cioè lui stesso, potrebbe “fare un passo indietro”. Si tratta di qualcosa di più di una provocazione. Un magistrato che ha messo in piedi un procedimento pieno di buchi probatori, sulla base di un teorema indimostrato, che ha persino violato le prerogative costituzionali del Quirinale, ora attribuisce preventivamente il previsto fiasco della sua indagine a una “ragion di stato” che impedirebbe l’accertamento della verità.
Il fatto è che la verità giudiziaria si accerta nel dibattimento, nei tre livelli di giudizio previsti, e non è affatto contenuta nelle elucubrazioni di Ingroia. Di fronte all’offensiva terroristica dell’inizio degli anni Novanta le reazioni dei poteri pubblici furono diverse e non coincidenti, com’è naturale che accada di fronte a un fenomeno nuovo e terribile. Lo stesso era accaduto, vent’anni prima, con le insorgenze del terrorismo rosso, ma nessuno accusa chi non capì la matrice di quell’attacco allo stato di subalternità o di trattativa con il terrorismo, nessuno considera l’opposizione alle misure straordinarie di pubblica sicurezza di allora un segnale di cedimento alle Br. Giovanni Conso era un garantista, e questo gli fa onore, e anche per questo considerò l’applicazione del carcere duro ai mafiosi una misura necessariamente transitoria, come peraltro sosteneva la Corte costituzionale. I “fatti” dello stato sono questi: quando la gravità dell’attacco fu compresa meglio, tutti i governi, di centrodestra e di centrosinistra, confermarono e rafforzarono le misure di severità nei confronti dei boss. Che esponenti della criminalità abbiano cercato di instaurare rapporti per evitare questo inseverimento, che settori dell’intelligence abbiano agito nella zona grigia per capire le intenzioni del nemico allo scopo di renderlo inoffensivo, magari commettendo qualche irregolarità e qualche errore, è vero e comprensibile. Se qualcuno in quelle complesse circostanze ha commesso reati, va processato, naturalmente, in base a prove e non a insinuazioni. Lo stato ha interesse alla verità, non ha mai opposto alcun segreto di stato, tanto meno lo ha fatto Napolitano chiedendo il rispetto delle sue funzioni. Lo stato non ha trattato con la Mafia, se qualcuno lo ha fatto a nome suo è un millantatore, e ora non tratterà con Ingroia, che dovrebbe essere un servitore dello stato e non un suo antagonista contrattuale.