La demagogia classista universitaria
Il fuoricorso è una figura sconosciuta in ogni altro sistema universitario al mondo. Domina, invece, le nostre facoltà (i 598.512 fuoricorso italiani rappresentano poco più del 33 per cento degli iscritti alle università). Bene fa il governo ad aumentare le rette per chi non frequenta e non dà esami, ma rimane parcheggiato nelle aule con costi sociali altissimi (si maschera la disoccupazione con lo status di universitario fuoricorso). Altrove, dove le università funzionano e non sono fabbriche di titoli legali, lo studente che non termina gli studi nel tempo previsto dai regolamenti decade ed esce dall’università.
9 AGO 20

Il fuoricorso è una figura sconosciuta in ogni altro sistema universitario al mondo. Domina, invece, le nostre facoltà (i 598.512 fuoricorso italiani rappresentano poco più del 33 per cento degli iscritti alle università). Bene fa il governo ad aumentare le rette per chi non frequenta e non dà esami, ma rimane parcheggiato nelle aule con costi sociali altissimi (si maschera la disoccupazione con lo status di universitario fuoricorso). Altrove, dove le università funzionano e non sono fabbriche di titoli legali, lo studente che non termina gli studi nel tempo previsto dai regolamenti decade ed esce dall’università. L’innalzamento delle rette sarà un incentivo a fare meglio. Gli atenei ingolfati non possono funzionare e quanto meno costano tanto peggio vanno. Speriamo che a rimetterci non siano anche quegli studenti lavoratori che per necessità prolungano i tempi di studio. Deleteria, tuttavia, è quest’assillante demagogia delle tasse basse, che va a detrimento dei “più poveri”, per usare il linguaggio classista, e del “meridione”. Al sud, infatti, le rette coprono meno del dieci per cento dei costi, al nord il 30, e la differenza si vede.
Nella potente corporazione universitaria la conservazione accademica si è saldata con la demagogia ideologica del principio secondo cui gli studi superiori vanno sottratti alla “logica di mercato”. Il risultato è che le università italiane sono quelle che costano meno in tutto l’occidente, e per effetto della logica di mercato, che, cacciata dalla porta, rientra dalla finestra, sono anche quelle che valgono di meno. Gli argomenti impiegati per difendere questo stato di cose sono l’eguale diritto di accesso allo studio per ricchi e poveri e l’esigenza di evitare che l’intervento anche economico delle imprese condizioni la ricerca. Così sono pochissime le borse di studio che consentano ai giovani non abbienti di frequentare università davvero formative e selettive e la separazione fra accademia e impresa ha condannato la ricerca al limbo dell’astrattezza e della burocratizzazione. La demagogia delle rette perpetua la consorteria baronale che viene impropriamente chiamata “autonomia universitaria”.