Così la Grecia fa riscoprire all’Europa i “giubilei del debito”
Libertà: i primi a darle un nome furono i Sumeri, che la chiamavano “Amargi”, libertà dai debiti. Lo ricorda il noto e controverso antropologo statunitense David Graeber – già autore di una storia dei primi 5.000 anni del debito – in un’intervista pubblicata sul blog americano “Naked Capitalism”. E’ opinione diffusa che sia arrivato prima il baratto, e che solo in un secondo tempo sia seguita l’introduzione della moneta come forma di pagamento, dalla quale infine sarebbe nato il credito.
9 AGO 20

Nella civiltà delle piccole comunità o delle città-stato greche, la vita è scandita dall’onore e dalla reputazione, e secondo Aristotele un individuo gravato da debiti non è un uomo libero. Quella civiltà non è il mondo occidentale odierno, dove interi stati convivono con abnormi debiti pubblici ma anche privati – sotto forma di scoperti bancari o estratti della carta di credito da capogiro. Nelle grandi civiltà dell’antichità, credito, debito, onore e sacralità sono un tutt’uno, e di questa unità si trova più di un indizio nel linguaggio creditizio, particolarmente affine a quello religioso: in sanscrito, ebraico e aramaico, “debito”, “colpa” e “peccato” sono descritti dalla stessa parola. Anche concetti come quello del riconoscimento o della remissione – “rimetti a noi i nostri debiti”, recita il “Pater Noster” cattolico – hanno da sempre una duplice valenza economica e religiosa. Per chi viola le regole del gruppo di appartenenza, la punizione è per forza di cose infamante: è il bancone spaccato sulla schiena dei falliti, rituale crudele che è sopravvissuto a lungo anche nel nostro diritto fallimentare – la bancarotta si chiama così proprio in ricordo di quella sanzione – o l’iscrizione nei pubblici registri. Umiliazioni cocenti, non sempre accettate di buon grado dai diretti interessati. Alcune volte, ad esempio, i debitori-esuli formavano gruppi organizzati e, pieni di astio, divenivano una minaccia per le comunità che li avevano umiliati.
Ne sanno qualcosa, ai giorni nostri, i curatori fallimentari che a volte subiscono ritorsioni quando dispongono l’esproprio dei beni di un fallito, o chi acquista da una curatela una macchina salvo poi vedersela incendiare poco dopo. Ed è proprio per scongiurare il rischio di sanguinose rivalse o di minacce all’ordine costituito che prese piede l’istituto della remissione dei debiti, un atto mediante il quale in un colpo solo tutti i debiti venivano condonati ai debitori, consentendone il reintegro nella società. La libertà dai debiti sumerica, Amargi, ha un ulteriore, eloquente significato: è il ritorno nella casa materna dopo la remissione del debito.
Una pratica, questa, che è arrivata ai giorni nostri passando da Napoleone Bonaparte. Veri e propri “Giubilei del debito” per calmierare l’equilibrio tra l’economia reale (che non può crescere più velocemente di tanto) e la dinamica di crescita del debito, esponenziale e dunque più pericolosa. Nell’arsenale delle soluzioni tecniche al caso-Atene, l’Europa dovrebbe riflettere anche su questa formula antica ed estrema: il condono del debito.