Come interpretare Fini

Che cosa vuole Gianfranco Fini? Le esternazioni del presidente della Camera, che esprimono un’autonomia dagli orientamenti del Popolo della libertà, spesso sono causa di sonni agitati per i leader di questo partito, compreso il massimo, e talora accendono speranze paradossali in un’opposizione che non sa più a che santo votarsi. Abbondano le interpretazioni che attribuiscono a ogni singolo parere espresso da Fini un obiettivo immediato.
9 AGO 20
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Quando poi Fini ha annunciato che andrà a votare sì al referendum elettorale, peraltro esattamente come Silvio Berlusconi e la maggior parte dei ministri a lui più vicini, si è parlato di aperta dissidenza. Leggere le uscite di Fini sul tempo breve della polemica quotidiana e nello spazio ristretto delle manovre di una corrente di partito non serve a nulla. L’ambizione di Fini non è quella di contendere spazi a Berlusconi all’interno del Pdl qui e ora. Sa bene che la leadership attuale è solidissima e non ha interesse a segare l’albero su cui è seduto. Anche se occupa lo stesso seggio, Fini non è un emulo né di Pierferdinando Casini né di Fausto Bertinotti.
Non ha pulsioni secessionistiche, al contrario accarezza un disegno di tipo quasi ecumenico, la cui ampiezza naturalmente si fa pagare in termini di precisione e, qualche volta, di coerenza logica. Si muove in un tempo diverso, quello di una fase nella quale la leadership del centrodestra sarà effettivamente contendibile in termini politici. Sembra muoversi anche in uno spazio istituzionale diverso, nel quale prevalgono senza contrasti insanabili le spinte al presidenzialismo. Non sta, insomma, preparandosi a guidare una corrente minoritaria in un futuro congresso del Pdl, ma tenta di assumere un ruolo presidenziale nazionale in tempi non definiti, in istituzioni che oggi non esistono, in virtù di un’immagine emancipata non soltanto dal suo passato ma persino dalla sua collocazione politica presente.