Ciancimino chi? Per Ingroia “è tutta colpa della deriva mediatica”
Tutti in piedi, parla Ingroia. Fresco della sua partecipazione allo show di Michele Santoro per i centodieci anni della Fiom, il procuratore aggiunto di Palermo ha voluto dire la sua anche su quello scandalo di stato che va sotto il nome di Massimo Ciancimino. Uno scandalo che Ingroia conosce molto da vicino: il figlio di don Vito, rivelatosi dopo tre anni nient’altro che un pataccaro, era stato trasformato dai pm palermitani in una “icona dell’antimafia”. Leggi Patacche & pataccari, il dossier del Foglio.it
9 AGO 20

Tutti in piedi, parla Ingroia. Fresco della sua partecipazione allo show di Michele Santoro per i centodieci anni della Fiom, il procuratore aggiunto di Palermo ha voluto dire la sua anche su quello scandalo di stato che va sotto il nome di Massimo Ciancimino. Uno scandalo che Ingroia conosce molto da vicino: il figlio di don Vito, rivelatosi dopo tre anni nient’altro che un pataccaro, era stato trasformato dai pm palermitani in una “icona dell’antimafia” e, in quanto tale, portato a spalla da giornalisti di ogni ordine e grado: da Marco Travaglio a Michele Santoro, da Maurizio Torrealta a Sandro Ruotolo.
Venerdì sera il procuratore aggiunto di Palermo ha messo in scena la retorica che ormai porta su tutti i palchi: da allievo di Paolo Borsellino, vi garantisco che io e i miei colleghi siamo sotto il tiro di “troppi insulti, troppi attacchi e troppe campagne di stampa contro la magistratura, uguali a quelle orchestrate contro Falcone e Borsellino”. Siamo “insultati e isolati” come lo furono loro e, badate bene, ci attende lo stesso destino. Useranno contro di noi la stessa “beffa”: “Apprezzarli da morti, dicendo che loro sì erano bravi al contrario dei vivi. Questo perché qualcuno pensa che i magistrati siano meglio da morti che da vivi. Si isolano i vivi per piangerli da morti”.
Ieri, replicando a una critica mossa da un mensile sicilano, Ingroia ha replicato dando la propria autovalutazione sullo scandalo: lui, con Ciancimino Jr., è stato scrupoloso, a tratti remissivo, “preoccupato per l’uso mediatico della propria immagine che indagati, imputati e condannati possono fare sul modello americano”. E’ “una deriva mediatica”, dice Ingroia, che ora si cerca di coprire “sollevando un polverone, per confondere le calunnie con le verità, semplificare, riducendo tutto alla questione se Massimo Ciancimino fosse affidabile”. Per Ingroia, porre una domanda di questo tipo è “offensivo”, perché la procura palermitana ha messo in atto tutte le precauzioni del caso e ha sempre tenuto saldamente in mano il timone delle indagini sul figlio di don Vito. Non si spiega, però, come a scoprire le falle nella credibilità di Ciancimino Jr. siano stati spesso e volentieri altri magistrati. E’ stata la procura di Caltanissetta la prima a dubitare dell’affidabilità di Massimuccio, mentre ancora a Palermo si credeva ai suoi “pizzini” contraffatti, mettendo sotto processo lo stato. E’ stata la procura di Reggio Calabria a intercettare Ciancimino Jr. nel pieno di un tentativo di riciclaggio, insieme a un inquisito per ’ndrangheta. E’ stata l’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata a scoprire il giro d’affari legati allo smaltimento dei rifiuti in Romania, dove Ciancimino Jr. avrebbe investito almeno 300 milioni di euro del “tesoro” mafioso accumulato dal padre. E’ stata la procura dell’Aquila, lunedì, insieme ai finanzieri del Gico – e dai carabinieri del Ros, sotto accusa nel processo Mori, in cui Ingroia è pubblico ministero – a sequestrare le quote controllate dai Ciancimino, tramite prestanome, nella Alba d’Oro srl – proprietaria della Contea, un complesso turistico a un’ora dall’Aquila, del valore di due milioni e mezzo di euro.
Accusare la “deriva mediatica” può tornare utile nel momento in cui è chiaro a tutti, Ingroia compreso, che il superteste Massimo Ciancimino si è definitivamente inceppato. Nei giorni scorsi ha detto di aver portato i candelotti di dinamite con sé da Bologna – con l’assistenza inconsapevole della scorta, che lo avrebbe aiutato a imbarcare sul traghetto Napoli-Palermo quelle sacche voluminose, zeppe di dinamite. Poi è spuntato un “pizzino” rebus: “Ho visto Giancarlo come da appuntamento: ho posto i tre quesiti (‘T’, ‘18 P’ e se era possibile prima della Cass. andare a casa)”. Massimuccio ha dato una soluzione da settimana enigmistica: Giancarlo sarebbe il capitano Giuseppe De Donno, protagonista della presunta trattativa stato-mafia, T starebbe per i “tubi” in cui c’erano le mappe con indicato il covo di Totò Riina, 18 P sarebbero i giorni in cui non si sarebbe perquisita la base del boss. Ieri, al processo Mori, quattro consulenti della scientifica di Roma hanno sollevato perplessità sui “pizzini” di don Vito, in cui molti punti sarebbero “non contestuali” al resto. Sono carte nuove rispetto al falso conclamato contro l’ex capo della polizia, Gianni De Gennaro.
Venerdì sera il procuratore aggiunto di Palermo ha messo in scena la retorica che ormai porta su tutti i palchi: da allievo di Paolo Borsellino, vi garantisco che io e i miei colleghi siamo sotto il tiro di “troppi insulti, troppi attacchi e troppe campagne di stampa contro la magistratura, uguali a quelle orchestrate contro Falcone e Borsellino”. Siamo “insultati e isolati” come lo furono loro e, badate bene, ci attende lo stesso destino. Useranno contro di noi la stessa “beffa”: “Apprezzarli da morti, dicendo che loro sì erano bravi al contrario dei vivi. Questo perché qualcuno pensa che i magistrati siano meglio da morti che da vivi. Si isolano i vivi per piangerli da morti”.
Ieri, replicando a una critica mossa da un mensile sicilano, Ingroia ha replicato dando la propria autovalutazione sullo scandalo: lui, con Ciancimino Jr., è stato scrupoloso, a tratti remissivo, “preoccupato per l’uso mediatico della propria immagine che indagati, imputati e condannati possono fare sul modello americano”. E’ “una deriva mediatica”, dice Ingroia, che ora si cerca di coprire “sollevando un polverone, per confondere le calunnie con le verità, semplificare, riducendo tutto alla questione se Massimo Ciancimino fosse affidabile”. Per Ingroia, porre una domanda di questo tipo è “offensivo”, perché la procura palermitana ha messo in atto tutte le precauzioni del caso e ha sempre tenuto saldamente in mano il timone delle indagini sul figlio di don Vito. Non si spiega, però, come a scoprire le falle nella credibilità di Ciancimino Jr. siano stati spesso e volentieri altri magistrati. E’ stata la procura di Caltanissetta la prima a dubitare dell’affidabilità di Massimuccio, mentre ancora a Palermo si credeva ai suoi “pizzini” contraffatti, mettendo sotto processo lo stato. E’ stata la procura di Reggio Calabria a intercettare Ciancimino Jr. nel pieno di un tentativo di riciclaggio, insieme a un inquisito per ’ndrangheta. E’ stata l’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata a scoprire il giro d’affari legati allo smaltimento dei rifiuti in Romania, dove Ciancimino Jr. avrebbe investito almeno 300 milioni di euro del “tesoro” mafioso accumulato dal padre. E’ stata la procura dell’Aquila, lunedì, insieme ai finanzieri del Gico – e dai carabinieri del Ros, sotto accusa nel processo Mori, in cui Ingroia è pubblico ministero – a sequestrare le quote controllate dai Ciancimino, tramite prestanome, nella Alba d’Oro srl – proprietaria della Contea, un complesso turistico a un’ora dall’Aquila, del valore di due milioni e mezzo di euro.
Accusare la “deriva mediatica” può tornare utile nel momento in cui è chiaro a tutti, Ingroia compreso, che il superteste Massimo Ciancimino si è definitivamente inceppato. Nei giorni scorsi ha detto di aver portato i candelotti di dinamite con sé da Bologna – con l’assistenza inconsapevole della scorta, che lo avrebbe aiutato a imbarcare sul traghetto Napoli-Palermo quelle sacche voluminose, zeppe di dinamite. Poi è spuntato un “pizzino” rebus: “Ho visto Giancarlo come da appuntamento: ho posto i tre quesiti (‘T’, ‘18 P’ e se era possibile prima della Cass. andare a casa)”. Massimuccio ha dato una soluzione da settimana enigmistica: Giancarlo sarebbe il capitano Giuseppe De Donno, protagonista della presunta trattativa stato-mafia, T starebbe per i “tubi” in cui c’erano le mappe con indicato il covo di Totò Riina, 18 P sarebbero i giorni in cui non si sarebbe perquisita la base del boss. Ieri, al processo Mori, quattro consulenti della scientifica di Roma hanno sollevato perplessità sui “pizzini” di don Vito, in cui molti punti sarebbero “non contestuali” al resto. Sono carte nuove rispetto al falso conclamato contro l’ex capo della polizia, Gianni De Gennaro.
Leggi Patacche & pataccari, il dossier del Foglio.it