Una signora in rosso a Istanbul
La signora in rosso è dappertutto, sui volantini, sui poster, sugli adesivi, sui social media, ovunque. E’ diventata il simbolo della protesta turca, per le donne soprattutto, ma anche per tutti gli altri, che la disegnano in formato gigante vicino a poliziotti piccini, con lo slogan: “Più ci lanciate lacrimogeni più diventiamo grandi”. La signora in rosso è una donna al parco Gezi di Istanbul, ha un vestitino rosso, le braccia nude e una borsa di tessuto su una spalla: a distanza ravvicinata un poliziotto spruzza lacrimogeni, e la forza del getto sposta i capelli della signora, li fa drizzare sulla testa, come un colpo di vento improvviso, come la paura. Peduzzi Se Erdogan perde la testa - Spengler Nella grande bolla turca
8 AGO 20

Istanbul. La signora in rosso è dappertutto, sui volantini, sui poster, sugli adesivi, sui social media, ovunque. E’ diventata il simbolo della protesta turca, per le donne soprattutto, ma anche per tutti gli altri, che la disegnano in formato gigante vicino a poliziotti piccini, con lo slogan: “Più ci lanciate lacrimogeni più diventiamo grandi”. La signora in rosso è una donna al parco Gezi di Istanbul, ha un vestitino rosso, le braccia nude e una borsa di tessuto su una spalla: a distanza ravvicinata un poliziotto spruzza lacrimogeni, e la forza del getto sposta i capelli della signora, li fa drizzare sulla testa, come un colpo di vento improvviso, come la paura. Lei resta lì, si volta appena – è così che è stata immortalata da un fotografo della Reuters, giovedì scorso. E’ il nostro simbolo, ripetono tutti, la violenza delle forze dell’ordine contro manifestanti pacifici, e ancora più è un simbolo per le ragazze: ce ne sono tantissime nelle piazze della rivolta turca. Senza velo, molte sono lì da venerdì scorso, non si muovono, chiamano le amiche: dicono ai cronisti che le inseguono di non volere una guerra contro le donne che portano il velo, ognuno faccia quel che vuole, noi vogliamo stare senza, fare le manager da grandi, vivere in una Turchia libera.
Il vicepremier, Bülent Arinc, ieri ha usato toni ben più concilianti del suo boss (Recep Tayyip Erdogan, il premier, non c’è: è partito per il suo viaggio in nord Africa, come era deciso) e ha chiesto scusa per tutti i lacrimogeni utilizzati contro le proteste, all’inizio, e per la durezza delle forze dell’ordine (ci sono almeno due morti, decine di feriti, centinaia di arresti). Cioè si è allontanato di parecchio dalla definizione di “sciacalli” usata da Erdogan nei confronti dei manifestanti. Ma Arinc ha pure precisato: “Non penso che dobbiamo le nostre scuse a quelli che hanno danneggiato le strade e hanno cercato di limitare la libertà delle persone”. I toni sono più docili “ma lo sforzo sembra troppo piccolo e troppo in ritardo”, scrive la Reuters mentre raccoglie le voci del malcontento, compresa quella dei sindacati del settore pubblico in sciopero per due giorni.
Il segnale dei manifestanti è chiaro: le ultime iniziative di Erdogan sono andate troppo in là, hanno toccato la vita quotidiana dei turchi – non si fuma, non ci si bacia in pubblico, per esempio – e così i 30 che erano per protestare in difesa di un parco che il governo vuole asfaltare sono diventati una rivolta permanente (si va avanti dal 28 maggio).
Il segnale dei manifestanti è chiaro: le ultime iniziative di Erdogan sono andate troppo in là, hanno toccato la vita quotidiana dei turchi – non si fuma, non ci si bacia in pubblico, per esempio – e così i 30 che erano per protestare in difesa di un parco che il governo vuole asfaltare sono diventati una rivolta permanente (si va avanti dal 28 maggio).
C’è chi dice che, assente il premier, il presidente Abdullah Gül può far sentire la sua voce, che è quella della razionalità, e le parole del vicepremier sono emanazione diretta di questa moderazione: i due si sono incontrati non appena Erdogan è partito. “La democrazia non significa soltanto elezioni”, ha detto nei giorni scorsi Gül per sottolineare quanto si sente – ed è – diverso dal premier, che invece continua a ripetere che tre vittorie elettorali di fila sono ben più importanti di qualche giorno di protesta. Ma la piazza è piena per tanto tempo, e molti iniziano a chiedersi se ci sia una regia, e se sì di chi. L’opposizione laica, che da sempre si raccoglie attorno ai militari, è debole, un po’ per il giro di vite operato dal partito al governo Akp un po’ perché si è divisa (non c’è un’opposizione laica forte in nessun paese di quella regione), ma questa mega protesta fornisce una base da cui ripartire. Gli esperti sostengono che si è lontani da una forma di movimento che possa davvero spaventare Erdogan, ma se il premier continua a essere sprezzante e la piazza determinata, l’equilibrio potrebbe cambiare: non sarebbe la prima volta, in Turchia.
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