Un tedesco per caso

L’Europa guidata dalla Germania? Se ne parla spesso, a volte con un po’ di speranza, altre con un po’ di paura, ma sempre e comunque – soprattutto in Germania – con sentimenti contrastanti. I tedeschi preferirebbero, soprattuto quando la politica sembra essere distratta, che dell’Europa se ne facesse carico l’Europa: con voce ferma, con una risolutezza maturata attraverso guerre e crisi. L’Europa dei Ventisette ormai è un blocco di potere paritetico a Washington, Nuova Delhi e Pechino. Leggi Così si muovono i falchi tedeschi che chiedono a Merkel ancora più rigore di Giovanni Boggero e Marco Valerio Lo Prete
8 AGO 20
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L’Europa guidata dalla Germania? Se ne parla spesso, a volte con un po’ di speranza, altre con un po’ di paura, ma sempre e comunque – soprattutto in Germania – con sentimenti contrastanti. I tedeschi preferirebbero, soprattuto quando la politica sembra essere distratta, che dell’Europa se ne facesse carico l’Europa: con voce ferma, con una risolutezza maturata attraverso guerre e crisi. L’Europa dei Ventisette ormai è un blocco di potere paritetico a Washington, Nuova Delhi e Pechino: è impossibile lasciarla in disparte quando si parla di politica ed economia mondiale. Stando a quanto profetizzava la Corte costituzionale federale, una confederazione di stati di nuovo tipo avrebbe dissolto in Europa tutte le contraddizioni della storia e del presente. Sul continente europeo avrebbero regnato la pace e la soddisfazione delle genti.
La realtà però è diversa. Molti occhi guardano a Berlino, ma chi sta a Berlino rivolge lo sguardo (sempre più imbarazzato) altrove. Poco tempo fa è accaduta una cosa inaspettata: in occasione di un convegno sull’Europa ospitato dalla Deutsche Gesellschaft für Auswärtige Politik, il ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski ha parlato della deplorevole situazione in cui versano gli affari del continente. L’unica cosa che può risultare peggiore di una leadership tedesca – così si potrebbe riassumere il suo discorso – è il perdurare del rifiuto tedesco di prendere in mano il timone. Diversa è al momento la posizione della Francia: a Parigi, destra e sinistra si domandano non soltanto se i tedeschi sappiano guidare l’Unione, ma anche se vogliano farlo. In fondo – si chiedono – non si stava bene durante la Guerra fredda, quando sicurezza e interessi europei erano in mano agli Stati Uniti? Anche allora non mancavano mugugni da parte europea (in special modo provenienti da Parigi) e sentimenti antiamericani nella Germania occidentale. Il mondo allora era diviso, strutturato sulla deterrenza nucleare, ed era bipolare. Quando poi, negli anni Novanta, ebbero inizio i conflitti successivi allo scioglimento dell’Unione sovietica e le guerre nei Balcani e in tutto il Caucaso, il ministro degli Esteri tedesco coniò la fortunata formula della “cultura della moderazione”, molto lodata e accompagnata dalla promessa di una fedeltà al principio anche in futuro.
Si trattava di un’altra variante dell’“End of History”, vale a dire di quella fantasia americana che nel 1989 intendeva trasferire il governo della politica mondiale a un autopilota e di rendere libere la democrazia e l’impreditoria. Anche il “nuovo ordine mondiale”, fondato sul diritto internazionale e sulla ragione, annunciato nel solco della grande tradizione americana da George H. W. Bush dopo la Guerra del Golfo del 1991, era parte e strumento di questo mondo di desideri.
Si dimenticava che la crisi mondiale che aveva fatto collassare l’Unione sovietica, che aveva regalato ai tedeschi l’unificazione e ai popoli oppressi la libertà non era per nulla terminata. In medio oriente, aizzati dalla forza esplosiva della religione, venivano a formarsi nuovi pericoli, mentre nell’Asia orientale una nuova lotta per il potere assumeva tratti ambigui. Con i trattati di Maastricht, i governanti europei intendevano creare un’unione economica e monetaria che facesse da propulsore a nuovi equilibri. L’unione politica, invece, è rimasta una semplice bozza, redatta con poco coraggio. A oggi nessun negoziato, da quello per il trattato di Nizza fino a quello più recente di Lisbona, è riuscito ad andare oltre questa politica puramente simbolica.
Si è pensato di trasferire la guida di una comune politica europea a un servizio d’azione esterna, guidato da Lady Catherine Ashton, una valorosa laburista britannica, paese nel quale l’entusiasmo per l’Unione europea è merce rara. Non ci si può ragionevolmente aspettare da questo organismo nulla più che continui comunicati stampa. E non c’è da stupirsi se i singoli stati, quando la questione si fa seria, preferiscano pensare e agire secondo le logiche abituali piuttosto che affidarsi agli uffici di Catherine Ashton. Il che vale anche per la Repubblica federale tedesca quando si discute di soldi, energia o sicurezza. Il perdurare di uno stato d’emergenza – “senza alternative” è la frase chiave di ogni azione – in risposta all’indebitamento incontrollabile degli stati periferici dell’Europa meridionale e alla crisi dell’euro non è frutto di alcun piano escogitato a Berlino, ma semplicemente è il risultato di un insieme di aiuti concessi dalla Bundesbank. In tempi di grande recessione, il patto fiscale è un salto nel buio: presuppone una guida che parta dal centro, che abbia autorità e goda di fiducia.
Invece, si scontra con proteste popolari e contraddizioni, lasciando il finale della storia aperto. La repentina svolta in materia energetica della Kanzlerin dopo Fukushima non ha sorpreso soltanto i tedeschi, ma anche le cancellerie di stati del cui aiuto oggi la Germania ha bisogno per trasportare energia e disporre di riserve. Senza il nucleare mancano le infrastrutture necessarie. Infine, in tema di politica estera e di sicurezza comune, l’astensione della Repubblica federale al voto del Consiglio di sicurezza dell’Onu il 17 marzo 2011 sull’intervento in Libia ha intaccato per lungo tempo l’affidabilità di Berlino in riferimento alla sua capacità di agire insieme agli alleati. L’hardware militare del “pooling and sharing” si è ridotto a una grigia teoria e nulla più. La trasformazione dell’Alleanza atlantica in tempi di ritiro degli americani dall’Europa e la costituzione di un nuovo polo asiatico sono sviluppi dai contorni indefiniti e incerti. Helmut Kohl era in grado di guidare l’Unione europea dei dodici attraverso la politica interna tedesca. Farlo con un’Europa a 27 è, dal punto di vista fisico, un’impresa quasi impossibile.
Nel deficit democratico, che accompagna sin dalla nascita il progetto elitario europeo, si annida da sempre un pericolo che oggi potrebbe farlo esplodere. Ma ancora più serio è il pericolo, in questi tempi di continui sommovimenti, costituito dalla mancanza di una guida. E sono proprio questi problemi a sollecitare gli stati nazionali ad agire in modo indipendente, in ordine sparso: gli inglesi e i francesi in Libia, i tedeschi in materia di moneta unica, energia e prevenzione della crisi. Fino a oggi, l’idea di prendere in mano il timone dell’Europa si è resa impraticabile. E così sarà anche nel futuro prossimo. Ma l’arte del governare ha sempre significato contrapporre al caos una direzione e una guida.
Michael Stürmer
grazie alla gentile concessione della Welt
(traduzione di Andrea Affaticati)
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