Il bilancio del Vertice
Perché il compromesso diplomatico è il vero vincitore del G20 di Toronto
Dare vigore alla ripresa e rimettere in ordine i conti pubblici. Sono i due impegni, apparentemente inconciliabili, presi dai Grandi riuniti a Toronto questo fine settimana. Nel comunicato finale del G20 si legge infatti: "Risulta cruciale dare vigore alla ripresa. Per sostenere tale ripresa, dobbiamo continuare a mettere in atto i piani di stimolo esistenti, adoperandoci al contempo per creare le condizioni per una vigorosa domanda privata". Ma allo stesso tempo si auspicano politiche fiscali che "come minimo" dimmezzino il deficit entro il 2013.
8 AGO 20

Dare vigore alla ripresa e rimettere in ordine i conti pubblici. Sono i due impegni, apparentemente inconciliabili, presi dai Grandi riuniti a Toronto questo fine settimana. Nel comunicato finale del G20 si legge infatti: "Risulta cruciale dare vigore alla ripresa. Per sostenere tale ripresa, dobbiamo continuare a mettere in atto i piani di stimolo esistenti, adoperandoci al contempo per creare le condizioni per una vigorosa domanda privata". Ma allo stesso tempo si auspicano politiche fiscali che "come minimo" dimmezzino il deficit entro il 2013 e stabilizzino o diminuiscano il debito/pil per il 2016. Alla radice del compromesso c'è il confronto tra due visioni largamente confliggenti – quella americana e quella europea, grossomodo – sul tipo di ricetta che consentirà di lasciarsi la crisi alle spalle.
Il vertice di Toronto si è aperto infatti all’insegna di un disaccordo crescente tra il Vecchio continente, preoccupato innanzitutto di mantenere un certo rigore di bilancio, e gli Stati Uniti, allarmati all’idea che l’austerity possa finire per strangolare la crescita: “Da sei mesi vado dicendo che la quadratura del cerchio tra queste due esigenze, entrambe serie, è possibile – dice al Foglio Francesco Giavazzi – serve un’azione sul fronte della politica fiscale, in modo da ridurre in maniera strutturale i costi dell’invecchiamento (pensioni, sanità, etc.) che sono dieci volte più consistenti dei costi dovuti alla crisi”. L’editorialista del Corriere della Sera si dice d’accordo su almeno uno dei richiami che viene da oltreoceano: Berlino può permettersi di aspettare prima di avviare il suo piano di rientro del deficit. Il Cav. quindi dovrebbe sostenere Barack Obama nel bacchettare Angela Merkel? “Più che la linea dell’Amministrazione democratica, sposerei quella enunciata dalla Fed di Bernanke”, precisa Giavazzi: “Il sostegno alla domanda può continuare, ma a patto che si intraprenda allo stesso tempo una riforma dello stato sociale”.
Roberto Perotti, anche lui economista dell’ateneo milanese, è più drastico: “Regno Unito e paesi del Mediterraneo non possono permettersi una politica fiscale espansiva”. Irricevibili dunque le pressioni di Washington: “Sembrano aver dimenticato l’accoglienza che i mercati finanziari riserverebbero a una scelta del genere”, spiega l’editorialista del Sole 24 Ore. Se alcuni paesi europei tornassero a spendere in deficit, secondo Perotti, “i premi sul rischio di debito schizzerebbero inesorabilmente verso l’alto”. Quanto alle pressioni esercitate sulla Germania, “si tratta di una campagna mediatica, per spingere questo paese a fare quello che gli altri non si possono permettere. Ma veramente ci illudiamo che un deficit di bilancio tedesco del 5 per cento del pil, invece che del 3 per cento, sia sufficiente a portare il nostro continente fuori dallo stallo attuale?”. Per questo, secondo Perotti, “la manovra di Tremonti per ora va abbastanza bene sul lato della spesa”. A imbrigliare invece le nostre economie nazionali, ormai da anni, sono le rigidità sul lato dell’offerta: “Ma sappiamo quanto in Italia sia difficile riformare, per esempio, il mercato del lavoro”.
Per Tito Boeri, bocconiano e fondatore del sito Lavoce.info, più che una contrapposizione tra partito della crescita e partito dell’austerity, al G20 si prenderà atto dello spostamento dei “baricentri della crisi: dagli Stati Uniti all’Europa, dal debito privato a quello pubblico”. Alla Germania tutt’al più può essere imputato di non essersi coordinata con gli altri membri dell’Ue: “Per il resto, i piani di rientro del deficit vanno salutati come un passo importante. Il problema è la qualità di questi tagli: se operano in maniera strutturale sul lato della spesa, e senza aumentare le tasse, non è detto che la crescita sarà frenata”. Francesco Daveri, docente a Parma e alla Bocconi aggiunge: “E’ probabile che, dopo l’accordo di ieri del Congresso, la riforma della finanza tornerà a essere il tema centrale del dibattito a Toronto. E almeno su questo punto, se Berlusconi conferma la sua contrarietà alla Tobin tax di Merkel e Sarkozy, l’approccio americano della ‘regolamentazione preventiva’ è l’unico accettabile”.