Ordine al disordine
Anche Mauro Visentin, che insegna Filosofia teoretica a Sassari, ha seguito il dibattito sulla violenza innescato da Luisa Muraro, ma ne è rimasto deluso. La Muraro, dice al Foglio, ipotizza il ricorso alla violenza per ripristinare un ordine giusto, senza dirci in cosa consista l’ordine giusto e perdendo di vista l’essenza stessa della democrazia liberale. Leggi La “violenza giusta” può nascere dalla forza necessaria - Leggi tutti gli articoli del Foglio sul ritorno della violenza
7 AGO 20

Anche Mauro Visentin, che insegna Filosofia teoretica a Sassari, ha seguito il dibattito sulla violenza innescato da Luisa Muraro, ma ne è rimasto deluso. La Muraro, dice al Foglio, ipotizza il ricorso alla violenza per ripristinare un ordine giusto, senza dirci in cosa consista l’ordine giusto e perdendo di vista l’essenza stessa della democrazia liberale. “Sistema quanto mai arbitrario – dice Visentin – destituito di un fondamento veritativo di ultima istanza, il quale disciplina l’uso della violenza non nel senso di conferire allo stato il suo monopolio, ma nel senso di limitare i conflitti in virtù del maggior consenso, ottenuto in modo non coercitivo, e cioè attraverso i suffragi, ma anche l’inganno, la demagogia, e il trionfo della mediocrità”.
Allievo di Gennaro Sasso, il professore pensava che la Muraro si cimentasse sul campo del nichilismo giuridico, spiegando che il diritto è morto perché non si fonda più su una verità di ultima istanza come la ragione o il diritto naturale, ma è solo una norma positiva effetto di una convenzione, di un arbitrio o di un semplice dato di fatto.
Allievo di Gennaro Sasso, il professore pensava che la Muraro si cimentasse sul campo del nichilismo giuridico, spiegando che il diritto è morto perché non si fonda più su una verità di ultima istanza come la ragione o il diritto naturale, ma è solo una norma positiva effetto di una convenzione, di un arbitrio o di un semplice dato di fatto.
E se Dio è morto, come diceva Karamazov nei “Demoni” di Dostoevskij, tutto è possibile, a maggior ragione la violenza, che consiste per ognuno nell’assumersi la possibilità di imporre in proprio, con tutti i mezzi disponibili, la propria volontà. Invece, la filosofa femminista si limita a un discorso tradizionale, quasi banale. “Anziché interrogarsi sul concetto di violenza, sollevando la questione del fondamento inviolabile del diritto, ripropone la vecchia tesi del diritto di resistenza”, dice Visentin. “Non parte dall’assenza dell’idea di diritto, che giustificherebbe il ricorso alla violenza radicale, ma dall’idea che siccome il patto sociale non rispecchia più il diritto, per ripristinarlo e sostituire a esso un diritto autentico occorre far uso della violenza”. Ben altro spessore avrebbe avuto, se si fosse posta il problema della violenza come violazione di un ordine fondato su principi inviolabili (la ragione o il diritto di natura), o come violenza eguale e contraria a quella di un ordine destituito di fondamento. Ma la Muraro non si è voluta avventurare sul terreno del nichilismo giuridico.