Modello Emiliano

“Embè? Guarda che se pensi che ho paura a ridirlo non hai capito nulla di me. Senti: te lo ripeto di nuovo, e puoi pure scriverlo senza problemi: per me questo governo è un governo sicuramente molto sobrio, molto moderato, molto misurato, molto colto, molto preparato, molto ordinato, molto autorevole e molto disciplinato. Ma più passano i giorni e più mi convinco sinceramente che il governo del signor Mario Monti altro non è che una bella copia del governo del signor Pietro Badoglio. E’ chiaro, no?”. I centoventidue chili di Michele Emiliano saltano giù dal taxi alla fine di una lunga mattinata trascorsa alle prese con alcuni delegati della Cgil al centro Congresso di via dei Frentani, a pochi passi dalla Stazione Termini
8 AGO 20
Immagine di Modello Emiliano
“Embè? Guarda che se pensi che ho paura a ridirlo non hai capito nulla di me. Senti: te lo ripeto di nuovo, e puoi pure scriverlo senza problemi: per me questo governo è un governo sicuramente molto sobrio, molto moderato, molto misurato, molto colto, molto preparato, molto ordinato, molto autorevole e molto disciplinato. Ma più passano i giorni e più mi convinco sinceramente che il governo del signor Mario Monti altro non è che una bella copia del governo del signor Pietro Badoglio. E’ chiaro, no?”.
I centoventidue chili di Michele Emiliano saltano giù dal taxi alla fine di una lunga mattinata trascorsa alle prese con alcuni delegati della Cgil al centro Congresso di via dei Frentani, a pochi passi dalla Stazione Termini. Emiliano – sindaco cinquantatreenne di Bari, cristone alto due metri, ed ex venditore di frigoriferi, ex giocatore professionista di basket e magistrato con un lungo passato in procura ad Agrigento e uno altrettanto lungo alla procura di Brindisi – chiude rapidamente la portiera dell’auto, slaccia l’ultimo bottone del suo elegante cappotto di lana nera, poi si avvicina al cronista, si scusa per il leggero ritardo e prima di imboccare il breve vialetto che collega Campo de’ Fiori con l’estremità inferiore di piazza Farnese inizia a raccontare alcune chicche della sua vivace mattinata romana. Una mattinata durante la quale il sindaco di Bari – diventato negli ultimi tempi per sua stessa ammissione una complicatissima e popolarissima figura politica a metà tra “un cavallo e uno scassacazzi” – ha avuto la possibilità, “finalmente”, di confrontarsi con un gruppo di persone che, proprio come lui, non riesce a vedere nel governo guidato da Monti un governo amico della sinistra.
“Mi chiedo – dice il sindaco tirando fuori dal taschino della giacca un piccolo BlackBerry nero di ultima generazione da cui Emiliano non si separerà più durante tutta la nostra chiacchierata – come diavolo si faccia a non capire che Monti è come un generale chiamato a guidare il paese dopo l’invasione di quei diabolici cingolati di nome spread, gli ‘spread-armati’, che dalla fine dello scorso anno governano senza pietà il nostro malconcio paese. Certo: è giusto riconoscere che in un momento di difficoltà come quello che stavamo vivendo era necessario mettere l’Italia nelle mani di una persona di buon senso; ma dall’altra parte non si può in nessun modo sostenere che questo esecutivo abbia al suo interno i famosi cromosomi della sinistra. Dico io: vogliamo scherzare?”.
Emiliano chiude la sua premessa sul governo Monti una volta arrivato di fronte all’ingresso di piazza Farnese: il sindaco di Bari, dopo aver fatto un inchino metà rispettoso e metà ironico sotto la targhetta dorata della sede dalemiana di ItalianiEuropei, si infila sotto la veranda di un famoso ristorante romano, chiede al cameriere un tavolino al sole, sguscia con difficoltà attraverso uno stretto corridoio ricavato qua e là tra un tavolino e un altro, ordina al volo un piatto di pasta con pomodoro e una porzione di insalata con lattuga e carote, poi fissa negli occhi il cronista e, a ruota libera, incomincia a parlare di Bersani, di D’Alema, di Vendola, di Veltroni, di Casini, di Fini, di Berlusconi, di Di Pietro, di magistrati, di alleanze, di Pd, di liste civiche, di partiti, di populismo, di tecnici, di elezioni, di amministrative, di regionali e di tutti quei temi che negli ultimi mesi hanno permesso a Emiliano di diventare non solo il sindaco più popolare del Partito democratico ma anche il simbolo di un Pd diverso rispetto a quello che gli osservatori sono abituati a commentare. Un Pd, insomma, che nella testa del sindaco si configura a metà tra i due tradizionali partiti presenti in campo nel centrosinistra: tra i super montiani che intravedono nel governo del Preside la grande Mecca del riformismo italiano e tra i sinistri del Pd che intravedono invece nel “neocomunismo” l’unica giusta risposta da dare per non farsi fagocitare dalla svolta tecnocratica.
“Il mio ragionamento – dice Emiliano infilandosi in bocca due lunghissimi grissini al rosmarino – è molto semplice e francamente non capisco come sia possibile non condividere un ragionamento di questo tipo. Oramai è evidente, su: l’attuale sistema dei partiti è un sistema che non esercita più nessuna funzione percettibile di orientamento e di raccordo con l’opinione dei nostri militanti, e non capire che non è possibile presentarci di fronte ai nostri elettori con le stesse goffe movenze che avevano i partiti del Novecento è un modo davvero suicida per prepararsi alla prossima campagna elettorale”.
Emiliano spezza con una leggera pressione del pollice un altro grissino e continua a rimanere sul punto. “So che nel Pd vengo spesso considerato uno scassacazzi che non fa altro che scalciare a destra e a sinistra come se fosse un cavallo imbizzarrito. Vi dirò: per certi versi mi riconosco persino in questa definizione. Il punto però è che tutto quello che sto facendo non lo faccio perché voglio uccidere il Pd. Lo faccio, semplicemente, perché io a questo partito ci credo, e perché in un certo senso io, il Pd, lo voglio salvare. In che modo? Vedete: non penso ci siano altre soluzioni: il nostro partito deve diventare sempre di più un grande cartello elettorale che deve lavorare a fondo per mettere insieme le forze che in questi ultimi mesi si sono opposte al governo Berlusconi. La mia idea, che poi è la stessa idea a cui sto lavorando in Puglia per governare la mia città e per preparare la mia candidatura alla regione quando Nichi Vendola deciderà di tentare la sua esperienza nazionale, è quella di creare una grande listona civica che metta insieme all’interno dello stesso progetto tutti i partiti non di centrodestra – da Sel a Fli, per capirci – e una buona fetta della famosa ‘società civile’”, dice Emiliano con il tono sfacciato di chi sa bene che le due paroline messe lì una accanto all’altra (“società civile”, brrr) suonano con un effetto sinistro per alcuni dirigenti del Pd. “Dal mio punto di vista – continua Emiliano mentre addenta il primo boccone di pasta – non vedo alternative a questo progetto. E non venitemi a dire che quella terribile foto scattata a Vasto sia un’alternativa credibile. Non lo è. Perché? Perché Vasto – e attenzione, lo dico da una posizione di sinistra, non da una di quelle sciocche posizioni ultracentriste del nostro partito – è una linea che elettoralmente non può avere alcuna consistenza reale. Perché Vasto è una linea che ci farebbe andare a combattere con le armi spuntate. Perché Vasto è una linea che non prevede un accordo granitico su nessun tipo di programma. Perché Vasto è una linea che ci farebbe fare la stessa fine che hanno fatto i nostri governi ai tempi di Romano Prodi. Perché Vasto è una linea che – follia! – non prevede un accordo con il centro. E soprattutto, perché Vasto è una linea che potrebbe, sì, permettere magari di farci vincere le elezioni ma che potrebbe permettercelo solo e soltanto in un unico modo: senza cambiare questa legge elettorale. E allora mi chiedo: è proprio questo ciò di cui ha bisogno il nostro paese? Temo proprio di no”.
Emiliano si ferma un istante, afferra con la mano sinistra il BlackBerry per un attimo poggiato accanto alla forchetta, legge al volo un paio di e-mail, risponde al volo a un paio di messaggi, scorre al volo l’elenco dei tweet dei suoi follower, poi infila la mano nel taschino interno del capotto, tira fuori un portafoglio di pelle nera e con un gesto rapido della mano afferra un ritaglio di giornale e lo sventola di fronte agli occhi del cronista. Il giornale in questione è il Corriere della Sera e il ritaglio è un editorialino firmato lunedì scorso da Giulio Sapelli. Titolo: “Se la politica si ritira dal campo”. Occhiello: “Crisi di leadership, non solo in Italia”. Tesi: “Per combattere l’astensionismo elettorale bisogna rafforzare il ruolo dei leader dei partiti”. Emiliano poggia il ritaglio sul tavolo accanto al coltello e arriva al punto. O meglio, arriva a Bersani.
“Mi piacerebbe che il segretario del mio partito, a cui voglio bene eh, la smettesse di ragionare come se fosse un vecchio dirigente del Pci e mostrasse, si può dire?, un po’ le palle. Il Partito democratico, e credo che questo sia innegabile, ultimamente si è configurato come se fosse sempre di più una specie di Ds evoluto. Insomma: un nuovo partito socialdemocratico. Ovviamente questa è una strada perdente, e non bisogna essere uno scienziatone della politica per arrivarci. Il vero punto, poi, se proprio dobbiamo essere sinceri, è che noi oggi invece che solfeggiare uno spartito del passato dovremmo sforzarci e impegnarci a diventare il vero traino della generazione dei ‘né-né’: i né di destra né di sinistra, i né giovani né vecchi, i né comunisti né berlusconiani, insomma tutti i ragazzi e non ragazzi che oggi non si sentono rappresentati da questi partiti; e che dubito fortissimamente che possano eccitarsi nel vedere un partito sgangherato che per affrontare la modernità ricorre al linguaggio dei geroglifici. E poi certo – dice con un sospiro Emiliano mentre alza improvvisamente il braccio indicando con l’indice della mano sinistra un palazzone alle sue spalle, quello con la targhetta dorata della fondazione dalemiana ItalianiEuropei – io capisco che c’è ancora qualcuno che in questo Pd considera il partito insieme il fine e lo strumento della politica. Per me, però, non è così. Per me il partito è soltanto uno strumento. Uno strumento che deve servire anche a creare e a formare tanti nuovi leader: e davvero mi stupisce molto che Bersani questo non riesca a capirlo”. Emiliano fa un’altra pausa, stringe la mano ad un ragazzo che si avvicina chiedendogli un autografo, controlla di nuovo con uno sguardo rapido il suo account su Twitter e poi, come un fiume in piena, ritorna sul Pd. “Dai: il discorso è ovvio ragazzi: un partito che non sa dare legittimità a un leader non è un vero partito. Lo so che i vecchi comunistoni del nostro partito – dice Emiliano spostando leggermente il capo all’indietro come a voler indicare ancora l’autorevolissimo inquilino del palazzo dietro le sue spalle – hanno il brutto vizio di voler pizzicare con il loro pungiglione velenoso il corpo dei leader del loro stesso partito. Ma noi dobbiamo imparare a capire che il mondo è cambiato e che non si può continuare a sostenere, per dire, che il partito venga prima del nome di chi guida il partito. Insomma Pier Luigi – dice Emiliano avvicinandosi con la bocca verso il microfono del registratore come per rivolgersi direttamente al suo segretario – ora basta, dai! Guarda: io lo so che tu in questo momento, con il tuo carattere mite ed energico, sei la persona giusta per tenere in equilibrio le isterie del Pd. Ma adesso basta. Siamo ormai in campagna elettorale e una volta per tutte devi smetterla di fare solo e soltanto il mediatore e devi dire come la pensi; devi aprire una consultazione con tutte le forze che hanno combattuto in questi ultimi anni il centrodestra; devi proporre una grande lista civica nazionale; devi convocare al più presto le primarie; e insomma devi smetterla di tergiversare e devi trasformarti al più presto in una specie di Pier Luigi Decimo Meridio. Ché adesso non si può più scherzare, su: perché se vogliamo vincere le prossime elezioni dobbiamo dire, ora, ‘ragazzi, scateniamo l’inferno’”.
In un certo senso, si può dire che l’Emiliano che punta forte sulla personalizzazione dei partiti rientra nella categoria di quegli esponenti del Pd che considerano inevitabile la trasformazione completa del Partito democratico in una sorta di grande contenitore politico sul modello americano. Emiliano, pur facendolo da posizioni diverse rispetto ai tradizionali cultori del modello americano (alla Matteo Renzi e alla Walter Veltroni), sostiene anche lui che il Pd dovrebbe portare avanti una tosta battaglia per costruire una Terza Repubblica ispirata davvero alla buona tradizione del mondo anglosassone. E proprio in questo nuovo scenario, Emiliano sostiene che sia necessario dimostrare agli elettori che i partiti moderni sono in grado di sopravvivere anche senza “lo scandaloso sistema del finanziamento pubblico”. Il sindaco di Bari arriva a definire “scandaloso” il sistema dei finanziamenti ai partiti non solo perché è sinceramente convinto che sia “solo una balla l’idea che chi non ha soldi non può fare politica, perché, e il modello dei sindaci lo dimostra, solo con il finanziamento diretto dei partiti, e con il fund raising, la politica può rigenerarsi e persino rinnovarsi”. Ma anche perché, in un passato recente, Emiliano ha visto con i propri occhi quali possono essere le conseguenze di un cattivo e perverso e non trasparente rapporto tra quattrini e politica. “Erano gli anni di Tangentopoli – racconta Emiliano facendosi improvvisamente serio – e durante la mia esperienza alla procura di Brindisi mi occupai della maxi tangente Enimont, e mi resi conto non solo che la storia della superiorità morale della sinistra era una stupidaggine colossale ma che per chiunque avesse a cuore il mondo della politica sarebbe stato necessario impegnarsi in prima persona per rendere più limpido il passaggio del denaro nelle casse dei partiti”. Riguardo all’epoca di Tangentopoli – epoca in cui Emiliano ammette di essere riuscito a sviluppare un certo sentimento garantista soprattutto grazie all’influenza positiva esercitata dal papà della sua prima moglie che era un vecchio socialista amico di Pietro Nenni – il sindaco di Bari si riconosce poi anche in una recente osservazione fatta da Carlo De Benedetti in un libro scritto su Mani pulite dal giornalista dell’Espresso Marco Damilano. CDB ha ammesso che il Pci avrebbe goduto durante gli anni di Tangentopoli di un trattamento di riguardo rispetto agli altri partiti e il sindaco di Bari, a suo modo, avvalora la tesi dell’Ingegnere.
“Chiunque abbia affrontato senza prosciutto sugli occhi quegli anni dall’interno delle procure sa che se la sinistra è uscita a testa alta da Tangentopoli non è stato certo merito dall’intransigenza della stessa sinistra ma è stato soprattutto merito del fatto che all’epoca nella magistratura prevaleva una visione del mondo vicina alla sinistra. E questo è assolutamente indiscutibile. Che ci sia stata poi malafede non credo, ma che in quegli anni ci sia stata invece una ingenua convinzione da parte dei magistrati che se qualcuno sbagliava a sinistra sbagliava individualmente, e non era parte di un sistema, è un dato di fatto. E poi – aggiunge Emiliano inforchettando l’ultima foglia di insalata – guardi che questo non significa che i magistrati siano così diabolici come voi spesso li dipingente – dice il sindaco puntando amichevolmente la forchetta verso il cronista – però devo ammettere che qualche volta, durante la mia esperienza da pm, mi è capitato di confrontarmi con magistrati che erano l’incarnazione stessa del male. Era una cosa inaccettabile; e se posso dire la verità io oggi resto convinto che se dovessi scegliere se andare a cena, dopo un processo, con un rapinatore o con un magistrato infedele, beh, nella mia gerarchia di valori con un rapinatore arrestato ci posso anche andare a mangiare; ma con un magistrato che utilizza l’azione penale contro qualcuno per ragioni politiche, cosa che succede purtroppo, no: è un uomo con il quale non ci si può accompagnare nemmeno per un momento; semplicemente, è un uomo da disprezzare”.