La corte saudita esce allo scoperto

Mabrouk lil Yemen”, congratulazioni allo Yemen. Con una promessa di impunità e un volo verso New York per curarsi le ustioni procurate dall’attentato di giugno nella moschea di palazzo, il presidente dello Yemen Ali Abdullah Saleh ha accettato di dimettersi dopo 33 anni ininterrotti al potere.
8 AGO 20
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Mabrouk lil Yemen”, congratulazioni allo Yemen. Con una promessa di impunità e un volo verso New York per curarsi le ustioni procurate dall’attentato di giugno nella moschea di palazzo, il presidente dello Yemen Ali Abdullah Saleh ha accettato di dimettersi dopo 33 anni ininterrotti al potere. Considerato quanto è successo a Mubarak e a Gheddafi, poteva andargli peggio, anche se a New York in questi giorni incontrerà la sua rivale, la premio Nobel per la Pace Tawakkul Karman.
Entro 30 giorni Saleh passerà le consegne al suo vice, Abdrabuh Mansur Hadi: chissà che da ora in poi quello riesca finalmente a entrare nell’ufficio del presidente, perché fino a ieri, in assenza del rais, era occupato dai figli e dai nipoti, i membri più truci del suo clan. A Sana’a gli yemeniti sono in piazza a festeggiare dopo dieci mesi di opposizione coraggiosa e – è un miracolo – pacifica per la maggior parte del tempo, ma hanno convocato una manifestazione perché l’accordo non li soddisfa, è troppo indulgente con Saleh. Da ieri sera ci sono anche notizie di scontri tra i fedeli al rais e le milizie fedeli all’opposizione: nella capitale tra le montagne non c’è transizione politica che non sia bagnata di sangue.
Il dato interessante, tuttavia, è dove è avvenuta la firma: a Riad, alla corte di re Abdullah, in calce a un accordo pensato e redatto dai regni del Golfo guidati dall’Arabia Saudita e riuniti nel Gcc (Gulf Cooperation Council). Questo è l’anno in cui la politica saudita, da opaca e ambigua che era, è dovuta uscire allo scoperto e pronunciarsi con chiarezza su dossier differenti. Lo scontro con Washington sulla sorte di Hosni Mubarak, l’aiuto militare alla repressione antiriforme in Bahrein, il fronte contro l’Iran preatomico, la pressione fortissima esercitata sulla Siria con la sospensione dalla Lega araba, la benedizione alla missione occidentale contro la Libia e ora la mediazione di successo – perché Saleh ha finalmente accettato di andarsene – sulla crisi in Yemen. Il tempo della corte saudita muta e indecifrabile seduta nel mezzo della regione più turbolenta del mondo e sopra le riserve energetiche del pianeta è terminato. “E’ una nuova pagina per lo Yemen”, ha detto ieri il sovrano saudita. Ma è una nuova pagina per tutto il mondo arabo. Con le prese di posizione esplicite nella geopolitica, arriva anche la responsabilità esplicita.