Il male fiscale minore

La necessità di azzerare il deficit pubblico nel 2013 è indiscutibile. Ma i modi per farlo non sono indifferenti per la conciliazione di questo obiettivo con quelli strutturali che riguardano il funzionamento del mercato e condizionano la crescita del prodotto interno lordo (pil), e quindi anche la sostenibilità del nostro debito pubblico. Ci sono misure conformi all’economia di mercato e misure che la contraddicono e impediscono quella frustata all’economia che il Foglio da tempo ha indicato come la ricetta giusta per evitare continue manovre correttive.
8 AGO 20
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La necessità di azzerare il deficit pubblico nel 2013 è indiscutibile. Ma i modi per farlo non sono indifferenti per la conciliazione di questo obiettivo con quelli strutturali che riguardano il funzionamento del mercato e condizionano la crescita del prodotto interno lordo (pil), e quindi anche la sostenibilità del nostro debito pubblico. Ci sono misure conformi all’economia di mercato e misure che la contraddicono e impediscono quella frustata all’economia che il Foglio da tempo ha indicato come la ricetta giusta per evitare continue manovre correttive, come quella che, dato il tempo perso, è adesso inevitabile.
In linea di principio, al primo posto per combinare il rigore con la crescita c’è il taglio della spesa pubblica – con particolare riguardo alle spese burocratiche e a quelle falsamente assistenziali e sociali – dello stato, delle regioni e degli enti locali. Una manovra di questa natura era contenuta, con scadenza 2013-2014, in una delega nella legge per la correzione dei conti pubblici approvata alla fine del mese scorso dalla Camera e dal Senato. Questa delega non si sa perché non appare più sufficiente per l’anticipo della correzione al 2012-2013. Pertanto si cercano nuovi strumenti tributari per arrivare al pareggio, con un aumento anziché una riduzione della pressione fiscale, come prescriverebbe la politica pro crescita.
Allo stato dell’arte se proprio occorre trovare nuove risorse dal fronte delle entrate è da scartare la patrimoniale, che inciderebbe sui risparmi, costringendo i soggetti tassati a vendere titoli con effetti disastrosi sulla Borsa e sugli spread del nostro debito pubblico. La scelta, quindi, rimane limitata a una addizionale sui redditi più elevati e all’aumento delle imposte di consumo. E’ questa seconda la misura di gran lunga preferibile, perché non è una tantum e, mentre comprime il consumo interno, tassando l’import ed esonerando l’export, migliora la bilancia dei pagamenti.
Inoltre un incremento dell’Iva (Imposta sul valore aggiunto) non riduce i profitti e i risparmi, che servono per finanziare la crescita e per sostituire la domanda domestica di nostro debito a quella estera. Ciò sta scritto non solo nei testi dell’economia neoliberale, ma anche in quelli neokeynesiani di sinistra, da Nicholas Kaldor in poi. Chissà che l’opposizione non se lo ricordi.