I perdenti politici a Pechino e Berlino

La corsa europea al salvataggio di Italia e Spagna scatena il malcontento dentro la coalizione di governo tedesca contro il cancelliere Angela Merkel, colpevole di assecondare la Banca centrale. Ieri Rainer Bruederle, capogruppo al Parlamento dei liberali, uno dei tre partiti che formano la coalizione, in un’intervista alla popolarissima Bild ha detto che “è perfettamente chiaro che l’Italia non è la Grecia. L’Italia non ha bisogno di aiuto, può farcela da sola”. Leggi Dietro i toni di Pechino sull’America ci sono i timori per il made in China
8 AGO 20
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La corsa europea al salvataggio di Italia e Spagna scatena il malcontento dentro la coalizione di governo tedesca contro il cancelliere Angela Merkel, colpevole di assecondare la Banca centrale. Ieri Rainer Bruederle, capogruppo al Parlamento dei liberali, uno dei tre partiti che formano la coalizione, in un’intervista alla popolarissima Bild ha detto che “è perfettamente chiaro che l’Italia non è la Grecia. L’Italia non ha bisogno di aiuto, può farcela da sola”. Domenica sera un altro alleato importante di Merkel, il leader dei Cristiano sociali e governatore dello stato della Baviera, Horst Seehofer, ha detto in televisione che il suo partito si oppone a qualsiasi mossa politica che “collettivizzi” il debito di alcuni stati europei e di essere contrario all’acquisto di bond da parte delle istituzioni europee – nelle stesse ore in cui il cancelliere concedeva il via libera – perché così l’Europa si accollerà altri debiti che dovranno essere pagati dal contribuente tedesco. Il ministro dell’Economia di Berlino, Philipp Rösler, preoccupato dal precipitare dei suoi liberali dal 5 al 4 per cento nei sondaggi – in Germania c’è una soglia di sbarramento del tre per cento – è un altro dissidente a corte.

I segnali di gelo arrivano anche dalle dichiarazioni ufficiali. L’acquisto di bond italiani e spagnoli da parte della Banca centrale europea è un altro passo verso quell’unione fiscale a cui la Germania si oppone fin dalla creazione della moneta unica, perché incoraggerà gli stati membri a trascurare il rigore di bilancio. “Non abbiamo bisogno di un’unione fiscale e dobbiamo opporci, perché annuncia la dissoluzione delle responsabilità”, ha detto subito il portavoce per la finanza del partito di Merkel, Michael Meister. Il portavoce in Parlamento del blocco del cancelliere, Klaus-Peter Flosbach, non fa che ripetere che l’acquisto di bond “non risolve il problema, lo sposta soltanto più avanti”. Ieri Berlino ha pure raffreddato qualsiasi speranza di incrementare il fondo di stabilità europeo creato per fare fronte alla crisi del debito. Christoph Steegmann, che della Merkel è portavoce, ha detto che il fondo “non aumenterà e resterà esattamente alla cifra fissata lo scorso 21 luglio”.
Se dall’esterno il governo appare il dominatore freddo della crisi, dentro, come scrive il Wall Street Journal, “si sta spaccando su quanto denaro può chiedere ai contribuenti per la causa dell’euro”.

L’altro governo sotto pressione in questi giorni è quello di Pechino. Come Berlino, anch’esso guida una locomotiva economica e può guardare gli altri governi da una posizione di privilegio. Eppure, il taglio del rating degli Stati Uniti sta scuotendo il Politburo cinese. Ovviamente, la tensione si percepisce poco perché il Partito è opaco. Eppure si può provare a capire qualcosa. Il governo per ora resiste ai critici che – dall’interno – chiedono da anni un’economia nazionale basata più sul consumo interno che non sull’esportazione di beni. Se il Politburo acconsentisse alla rivalutazione della valuta troppo bassa, lo yuan, i prodotti cinesi diverrebbero meno appetibili all’estero ma i cinesi avrebbero in tasca una moneta di valore più alto e potrebbero acquistare di più. Il Partito però resiste.

Anche su questo si sta giocando la guerra fra il primo ministro riformatore, Wen Jiabao, e il presidente conservatore Hu Jintao, spalleggiato dal Politburo. Wen Jiabao è stato applaudito in Parlamento quando ha auspicato misure che garantiscano “una distribuzione più razionale per tutti della torta economica”, un appello ad alzare il valore d’acquisto dei redditi schiacciato artificialmente verso il basso. “L’amministrazione vuole che il popolo viva con dignità”. Il primo ministro – che è il politico più popolare del paese – è ora vittima di una campagna di isolamento e ostracismo da parte di Hu Jintao e degli altri otto membri del Politburo, intenzionati a resistere ai cambiamenti economici e alle riforme politiche. Secondo il New York Times, lo starebbero rapidamente privando della sua importanza e lo terrebbero soltanto per i benefici d’immagine.