Cosa saremo nel 2013/7
Gli anni del rettorato Monti
E' evidente che in questi mesi di rettorato di Mario Monti - senza escludere di poter andare "più decisamente a fondo" - sono in gioco il bipolarismo, la possibilità degli elettori di scegliere nelle urne tra due proposte di governo alternative, e per il Pdl in particolare il "non morire democristiani". di Federico Punzi Jimmomo
8 AGO 20

E' evidente che in questi mesi di rettorato di Mario Monti - senza escludere di poter andare "più decisamente a fondo" - sono in gioco il bipolarismo, la possibilità degli elettori di scegliere nelle urne tra due proposte di governo alternative, e per il Pdl in particolare il "non morire democristiani". In realtà, lo sarebbero stati anche con le elezioni "sotto la neve". Il governo Monti è molto meno tecnico di quanto si creda. Contiene in sé i semi di una nuova offerta politica. C'è il tecno-ulivismo, ossia le competenze più riformiste di area Pd; e c'è il partito di Todi, nel quale per la prima volta dalla scomparsa della Dc si ritrovano al governo tutte le anime del mondo cattolico. E c'è persino un leader in pectore: Corrado Passera. Di cosa di preciso ancora non si sa, ma una sorta di nuovo Prodi. I possibili sbocchi di questa esperienza sono due: una volta alle spalle l'emergenza e in prossimità del voto, queste due componenti si dividono confluendo in due schieramenti alternativi, rinnovando o trasformando profondamente i partiti maggiori, ma sempre in uno schema bipolare. I vertici del Pd si augurano di celebrare il matrimonio moderati-progressisti, un'alleanza di centro-centrosinistra, mettendo in soffitta la spericolata foto di Vasto; nel Pdl di ritrovare il figliol prodigo Casini e realizzare l'unità dei moderati targata Ppe.
Le mosse centripete di entrambi rischiano però - e siamo al secondo scenario - di fare il gioco di chi, scomponendo i due poli, vorrebbe liquidare il bipolarismo e consolidare come perno del sistema un'aggregazione centrista, sede della ritrovata unità e del rinnovato protagonismo dei cattolici in politica, capace di giocare la posta degli elettori di volta in volta a destra o a sinistra a seconda delle compatibilità e delle convenienze del momento. Un ruolo chiave per l'uno o l'altro esito lo giocherà ovviamente la legge elettorale.
Un conto è un bipolarismo maturo, depurato da eccessive faziosità, dove le estreme sono tagliate fuori o marginali e la competizione tra i due partiti maggiori si svolge al centro, nel senso di contendersi il consenso dell'elettorato indipendente; tutt'altra cosa sarebbe una nuova Dc che con la politica dei due forni si candidasse alla gestione permanente dell'esistente. Sembrano questioni solo nominalistiche, ma saranno le diverse anime del mondo politico cattolico, presenti anche nel nuovo esecutivo, a dover scegliere con chi schierarsi, o sarà piuttosto il Pdl, o ciò che ne sarà rimasto, a convergere in una nuova Dc? Il rischio del "morire democristiani" è dover archiviare uno degli aspetti più innovativi, e vincenti, del berlusconismo, ossia il "fusionismo": se non il progetto almeno l'idea di un grande partito di centrodestra che sul modello del Gop americano sia capace di far stare insieme conservatori e liberali, che provengano da culture e "famiglie" politiche laiche, cattoliche, o addirittura socialiste. Un simile partito somiglierebbe molto più al Ppe di una nuova Dc.
Le mosse centripete di entrambi rischiano però - e siamo al secondo scenario - di fare il gioco di chi, scomponendo i due poli, vorrebbe liquidare il bipolarismo e consolidare come perno del sistema un'aggregazione centrista, sede della ritrovata unità e del rinnovato protagonismo dei cattolici in politica, capace di giocare la posta degli elettori di volta in volta a destra o a sinistra a seconda delle compatibilità e delle convenienze del momento. Un ruolo chiave per l'uno o l'altro esito lo giocherà ovviamente la legge elettorale.
Un conto è un bipolarismo maturo, depurato da eccessive faziosità, dove le estreme sono tagliate fuori o marginali e la competizione tra i due partiti maggiori si svolge al centro, nel senso di contendersi il consenso dell'elettorato indipendente; tutt'altra cosa sarebbe una nuova Dc che con la politica dei due forni si candidasse alla gestione permanente dell'esistente. Sembrano questioni solo nominalistiche, ma saranno le diverse anime del mondo politico cattolico, presenti anche nel nuovo esecutivo, a dover scegliere con chi schierarsi, o sarà piuttosto il Pdl, o ciò che ne sarà rimasto, a convergere in una nuova Dc? Il rischio del "morire democristiani" è dover archiviare uno degli aspetti più innovativi, e vincenti, del berlusconismo, ossia il "fusionismo": se non il progetto almeno l'idea di un grande partito di centrodestra che sul modello del Gop americano sia capace di far stare insieme conservatori e liberali, che provengano da culture e "famiglie" politiche laiche, cattoliche, o addirittura socialiste. Un simile partito somiglierebbe molto più al Ppe di una nuova Dc.
di Federico Punzi Jimmomo