Confindustria infelix

Confindustria è parte dell’inefficienza del sistema. E lo slogan ‘il tempo è scaduto’ fa ridere, in quanto è scaduto anche per Confindustria”. A cantare fuori dal coro è stavolta Guido Barilla, presidente di un’azienda simbolo del made in Italy, da sempre al top degli investimenti produttivi e pubblicitari: cioè con tutti i tratti distintivi di ogni grande gruppo che qui come negli Stati Uniti o in Australia si batta sul mercato, fidando sui suoi mezzi e conquistandosi i clienti. A differenza di Sergio Marchionne, Barilla non vuole per ora uscire da Viale dell’Astronomia, “perché Confindustria è il partito degli industriali”.
8 AGO 20
Immagine di Confindustria infelix
Confindustria è parte dell’inefficienza del sistema. E lo slogan ‘il tempo è scaduto’ fa ridere, in quanto è scaduto anche per Confindustria”. A cantare fuori dal coro è stavolta Guido Barilla, presidente di un’azienda simbolo del made in Italy, da sempre al top degli investimenti produttivi e pubblicitari: cioè con tutti i tratti distintivi di ogni grande gruppo che qui come negli Stati Uniti o in Australia si batta sul mercato, fidando sui suoi mezzi e conquistandosi i clienti. A differenza di Sergio Marchionne, Barilla non vuole per ora uscire da Viale dell’Astronomia, “perché Confindustria è il partito degli industriali”. Ma proprio qui è il succo del libero pensiero di Barilla: se Confindustria è un partito, il suo punto di vista è quello di una parte e di chi vi si è iscritto. Molto diverso dalle campagne di Emma Marcegaglia e Giorgio Squinzi che travestono interessi confindustriali – non industriali – da bene nazionale. La litania strumentalizzatoria dei suicidi, lo scudo delle piccole aziende oggi “allo stremo”, ma altrimenti dimenticate nei grandi accordi concertativi, appaiono anche a Barilla “vuoto politico e culturale”. Il partitone degli industriali con tutti i suoi convegni si guarda bene dal rinunciare, anzi dal solo accennare, agli incentivi conquistati da decenni. Così come dopo aver fatto campagna per cacciare il Cav. ha poi boicottato Mario Monti su ciò che gli dava fastidio: la legge Fornero e, appunto, la spending review per le aziende private (invocandola invece per tutti gli altri). E ora, scaricati i tecnici, torna alle “sue” larghe intese: quelle con la Cgil e dell’accordo dei produttori, roba che non funzionava già quarant’anni fa.
Intanto ieri, nell’analisi mensile del suo centro studi, il sindacato degli imprenditori ha ripetuto un refrain che rischia di diventare qualunquista: “L’assenza di guida nella politica economica impedisce di spezzare il circolo vizioso tra economia reale e stretta bancaria”. Ora basta un “governo qualsiasi”? Nel suo lobbying piagnone il giornale confindustriale non si avvede nemmeno di alcune topiche: ieri ha scoperto 800 miliardi di investimenti finanziari privati, “un tesoro che l’Italia non dà alle imprese”. Anzi, “tutti si lamentano quando le imprese delocalizzano la produzione ma nessuno alza un dito se i fondi italiani delocalizzano gli investimenti”. La nuova trincea sarebbe di obbligare fondi e famiglie all’autarchia finanziaria. Questo mentre il Tesoro fa le capriole per riportare gli investitori esteri sui Btp. Ma si rendono conto di ciò che dicono?