Busta (non) paga

Da anni i salari italiani sono ben al di sotto della media dei paesi più sviluppati del pianeta. Le statistiche comunicate ieri dall’Ocse ne sono l’ennesima conferma: se nel 2010 la busta paga italiana era per consistenza la 22esima rispetto a quelle dei 34 paesi considerati, nel 2011 siamo scesi al 23esimo posto, dietro tutti i big europei. Tra le ragioni, certamente, c’è l’elevato cuneo fiscale che grava sulle buste paga dei lavoratori italiani.
8 AGO 20
Immagine di Busta (non) paga
Da anni i salari italiani sono ben al di sotto della media dei paesi più sviluppati del pianeta. Le statistiche comunicate ieri dall’Ocse ne sono l’ennesima conferma: se nel 2010 la busta paga italiana era per consistenza la 22esima rispetto a quelle dei 34 paesi considerati, nel 2011 siamo scesi al 23esimo posto, dietro tutti i big europei. Tra le ragioni, certamente, c’è l’elevato cuneo fiscale che grava sulle buste paga dei lavoratori italiani: nel 2010 questo pesava come il 47,2 per cento dello stipendio medio, ma l’anno scorso è aumentato ancora (47,6 per cento) in virtù di una maggiore tassazione del reddito. Se gli stipendi sono leggeri, inoltre, lo dobbiamo anche alla scarsa produttività e alla difficoltà con cui questa – dove e quando c’è – si trasla sulle retribuzioni. Lo stato della Pubblica amministrazione italiana non fa che aggravare questa situazione.
La nostra macchina statale, oltre a drenare risorse attraverso le tasse, è poco efficiente, incapace cioè di restituire in servizi utili (scuola, università, trasporti, welfare, burocrazia e altro) e buona regolazione quanto pretende da imprese e lavoratori. In paesi con un cuneo fiscale anche maggiore del nostro, la migliore performance della Pa contribuisce ad aumenti di produttività e competitività del sistema economico che incidono positivamente sulla dinamica salariale. In Germania, dove imposte e contributi rappresentano il 49,8 per cento del costo del lavoro, i salari reali sono infatti aumentati su base annua dell’1 per cento.
Se “competere” sulla qualità dei servizi pubblici offerti dallo stato alle imprese appare velleitario, quantomeno nel giro di pochi anni, la svolta per l’Italia dovrebbe essere duplice. Da una parte bisognerebbe ridurre le pretese fiscali sul lavoro, magari mettendo mano a una significativa riduzione dell’improduttiva spesa pubblica. Dall’altra parte pesa la centralità ancora assicurata ai contratti nazionali, a causa della quale si finisce per livellare verso il basso le retribuzioni, penalizzando così i lavoratori più produttivi delle imprese più produttive. I leader sindacali e confindustriali, che si strappano le vesti commentando i dati dell’Ocse, dovrebbero accettare la rottura di un tabù e la cessione di quote di “sovranità” negoziale in favore dei loro rappresentanti in azienda. Basterebbe chiedere un parere ai lavoratori, per capirlo.