Una manica più larga

Silvio Berlusconi ha chiesto a Giulio Tremonti di accelerare un po’ nello studio della riforma del fisco, oggetto di una legge delega su cui il ministero dell’Economia lavora da tempo e sulla quale ha chiesto pareri anche alla Confindustria e alle parti sociali. Tremonti non ha detto di no, anzi ha persino fatto rilegare e regalare il vecchio Libro bianco del 1994. Ma nel Pdl, anche tra alcuni ministri, il Foglio raccoglie scetticismo.
7 AGO 20
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Ma chissà. “Giulio si è affinato. Non dice più di no. Anzi dice sempre di sì, soltanto che capita sistematicamente un inghippo. E i soldi non arrivano mai”, dice al Foglio un ministro. Esempio? “Il piano crescita, il 5 per mille non del tutto reintegrato, le agevolazioni energetiche solo parzialmente rifinanziate, i 10 miliardi promessi al comparto giustizia l’anno scorso e mai pervenuti. Tremonti è diventato un maestro della tecnica dilatoria”.
D’altra parte in tempi di crisi, sotto la vigile scure europea, e con il rischio di un impazzimento nel mercato dei titoli pubblici, spendere è difficilissimo. E per quanto riguarda il Fus, persino più complicato. Difatti il ministro, in Finanziaria, ha legato i finanziamenti a un vincolo di bilancio: ovvero all’ingresso in cassa di circa 2,4 miliardi di euro derivati dalla vendita delle frequenze televisive nel passaggio da sistema analogico a quello digitale terrestre. Asta i cui effetti, però, si valuteranno soltanto nel 2012.
Così fra Tremonti e il resto del governo (non di estrazione padana) i rapporti sono destinati, ciclicamente, a divenire tesi. Sempre per lo stesso motivo: il superministro taglia molto e concede poco. Una meccanica costante, che si fa pericolosa nei momenti in cui la maggioranza, come in queste ore, non ha vita facile e anche una piccola iniezione di denaro è diffusamente considerata un lenitivo per l’irritazione di ministri, di aspiranti ministri, di parlamentari delusi e persino di un presidente del Consiglio che ambisce alle grandi riforme (“che non sempre si possono fare a costo zero”).
I fondi alla cultura non servono soltanto a placare il ministro forse dimissionario Sandro Bondi, o le proteste degli operatori del settore (cui Tremonti ha detto: “Veni, vidi, capii”). Per il premier sono diventati molto importanti: sono una delle condizioni necessarie a incastrare tra loro le tessere di un rimpasto di governo che negli ultimi giorni si è complicato fin troppo per le strettoie imposte dal Quirinale, per i veti degli alleati nordisti, per le pretese spesso sproporzionate degli aspiranti ministri e sottosegretari da accontentare (pena piccole ma fastidiose ripicche parlamentari, come quelle cui si assiste proprio in queste ore). Giancarlo Galan, che dovrebbe prendere il ministero della Cultura per liberare quello dell’Agricoltura è stato chiaro: “Senza il Fus io non lo prendo quel ministero”.