Un boccone di tigre
Sia pure accompagnato da battute di successo non esattamente paludate – “Forza gnocca” e dintorni – s’indovina in Silvio Berlusconi un certo scuotimento dal letargo politico delle ultime ore. Il Cav. visto e ascoltato ieri a Montecitorio aveva disteso i muscoli facciali, sembrava aver depurato la testa dalle tossine dell’arrocco claustrofobico causato dal bombardamento mediatico-giudiziario e da una sua sopraggiunta, collerica arrendevolezza. Gli è tornato perfino un mezzo sorriso con il quale ha incorniciato un primo contrattacco.
7 AGO 20

Berlusconi punta al 2013, e questo si sa ed è logico almeno quanto difficile da ottenere. La novità in nuce è che dà segno di volerci arrivare vivo, libero e determinato a fare dell’ultima chance riformista disponibile un contravveleno alla fine ingloriosa che il partito declinista e quello delle procure stanno scrivendo sulla coda della legislatura. La chance in questione è concentrata essenzialmente nel decreto per lo sviluppo, ma offre anche la possibilità inattesa (irripetibile?) di regolare un po’ di questioni aperte con le corporazioni confindustrial-sindacali mai così squalificate o insipienti; con i residui invalidanti del democristianesimo attendato sul fronte anti bipolare; e non da ultimo con gli ottimati che riuniranno le loro anime golpiste domani a Milano, sotto l’ombra emerita del professor Zagrebelsky.
Non è ancora un ruggito leonino, quello del Cav., ma depone bene pure la volontà di avocare a sé tempi, modi e nomi per la designazione del successore di Mario Draghi in vetta a Bankitalia. E che sia anche questa l’occasione per far tacere – quale che sia la scelta conclusiva del presidente del Consiglio – la turba degli antipatizzanti. In questa, come in altre circostanze, un mezzo errore commesso con piglio sovrano e deciso vale più di un giorno d’attesa silenziosa.
Non è ancora un ruggito leonino, quello del Cav., ma depone bene pure la volontà di avocare a sé tempi, modi e nomi per la designazione del successore di Mario Draghi in vetta a Bankitalia. E che sia anche questa l’occasione per far tacere – quale che sia la scelta conclusiva del presidente del Consiglio – la turba degli antipatizzanti. In questa, come in altre circostanze, un mezzo errore commesso con piglio sovrano e deciso vale più di un giorno d’attesa silenziosa.
Infine ci sarebbe il Pdl che, fin dal nome e coi sondaggi alla mano, non è più gradito a Berlusconi. Ma che vale affaticarsi ora in una ristrutturazione interna, che poi significa la solita opera di mediazione sfiancante, quando c’è da giocarsi l’ultimo giro di roulette fuori dal cortile domestico? Il nuovo partito verrà, se verrà, solo dopo il certificato di una missione politica compiuta.