Quanto costa (e nel caso a chi giova) sfiduciare il ministro-prefetto

Oggi pomeriggio Annamaria Cancellieri riferirà al Parlamento su come sono andate davvero le cose. Corazzata nella sua rassicurante rotondità, nella sua durezza matronale di prefetto (“io non cedo e trovo inaccettabili i sospetti e le falsità che mi circondano”), il ministro della Giustizia racconterà, prima alla Camera e poi al Senato, dei suoi centonove interventi su anonimi detenuti in difficoltà, centonove telefonate, centonove segnalazioni anche dirette, casi di sofferenza umana – come ha rivelato sull’Unità Luigi Manconi – ai quali il ministro si è interessato personalmente “per dare umanità al sistema carcerario”. Leggi l'Andrea's version di oggi - Bordin Line di oggi - Piccola Posta di oggi
7 AGO 20
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Oggi pomeriggio Annamaria Cancellieri riferirà al Parlamento su come sono andate davvero le cose. Corazzata nella sua rassicurante rotondità, nella sua durezza matronale di prefetto (“io non cedo e trovo inaccettabili i sospetti e le falsità che mi circondano”), il ministro della Giustizia racconterà, prima alla Camera e poi al Senato, dei suoi centonove interventi su anonimi detenuti in difficoltà, centonove telefonate, centonove segnalazioni anche dirette, casi di sofferenza umana – come ha rivelato sull’Unità Luigi Manconi – ai quali il ministro si è interessato personalmente “per dare umanità al sistema carcerario”, lo stesso impegno, politico e civile, umano e amministrativo, che ieri l’ha portata a Strasburgo, di fronte al Consiglio d’Europa, per presentare i piani del governo italiano sul sovraffollamento delle carceri e l’eccessiva durata dei procedimenti. E dunque, senza enfasi né retorici tremolii, oggi Cancellieri ripercorrerà, di fronte a deputati e senatori d’un Parlamento incerto, neghittoso e tentato da acrobazie sotterranee, la lunga teoria dei centonove casi di carcerati cui si è interessato il ministero della Giustizia negli ultimi tre mesi, fino all’inciampo fatale sul centodecimo intervento, quello che riguarda i ricchi, potenti e chiacchierati Ligresti, famiglia cui Cancellieri – dirà il ministro – non è legata da un’alleanza mondana o da gran giochi di familismo all’italiana, ma soltanto da antica, insospettabile e privata amicizia: “Non sono mai venuta meno ai miei doveri istituzionali per un amico, e non lo farei neppure per un fratello”.
Mentre il Pdl si schiera a difesa del ministro – “ma la usano come foglia di fico per difendere Berlusconi nel caso Ruby”, dice Paolo Gentiloni – ad accogliere in Parlamento Annamaria Cancellieri sarà una mozione di sfiducia presentata dal Movimento 5 stelle, una tentazione, un richiamo pavloviano per una parte del Pd, sempre incline – nel dubbio – a sofferenze e contorsioni, baruffe, urletti e singhiozzi. Ed è con una certa preoccupazione che Enrico Letta, e il silente Giorgio Napolitano, adesso ascoltano il mormorìo ombroso che si leva dai corridoi del Parlamento: la sfiducia potrebbe votarsi – è quasi certo – a scrutinio segreto, tra qualche giorno, e allora sulla testa del ministro si giocherebbero d’un tratto tutti i giochi, e tutti insieme, in un intreccio pericoloso e forse incontrollabile, che anticipa il voto sulla decadenza di Berlusconi (la data sarà decisa oggi) e anche il dibattito esplosivo sulla Legge di stabilità. S’incrociano i bisticci del Pdl, diviso tra ministeriali e crisaioli, tra gli uomini di Alfano che ora reclama le primarie e il resto del suo partito, con la debolezza irritabile d’un Pd impastato di protesta e assenso, già inebetito dalla lotta congressuale, pronto ad andare in ordine sparso sul caso Cancellieri, sospeso tra la lagna contundente di Pina Picierno e la tosta difesa di Alfredo Bazoli. E’ la mobilità la qualità predominante nel Pd, un colorato e pittoresco mosaico in cui la disinvoltura e la leggerezza dei gesti, assieme a una certa crudeltà nei giudizi – “la Cancellieri si è messa a disposizione dei Ligresti, ha compiuto atti gravi”, dice Casson – diventano quasi autorità nelle parole seriose e vaghe del segretario Epifani: “Abbiamo assunto una posizione, che è quella di attendere i chiarimenti in Parlamento. Ascolteremo e valuteremo”. Così che il tutto diventa una specie di travolgente festival barocco della parola.

Conti e costi della sfiducia
“Se fossi d’ostacolo al governo mi dimetterei immediatamente”, ha detto ieri il ministro. Ma costa di più sacrificare o difendere la signora Cancellieri? Letta, negli ultimi giorni, ha respinto per due volte le dimissioni del suo ministro della Giustizia e l’ha difeso pubblicamente, “chiarirà tutto in Parlamento”, ha detto. Letta è abituato a vivere nell’incertezza del domani sin dal primo giorno passato a Palazzo Chigi, gran navigatore nella palude non è tipo da impressionarsi per una mozione individuale di sfiducia (ha vissuto il batticuore della conta il 2 ottobre in Senato contro il Cavaliere di bronzo). Ma il capo dello stato, che pure si era sbilanciato, a suo tempo, per Angelino Alfano nel caso Shalabayeva, adesso tace, e non perché ritenga inopportuna la difesa di Cancellieri. Se il voto di sfiducia al ministro dovesse diventare sul serio un pericolo, l’occasione – a scrutinio segreto – per dare sfogo in Parlamento all’insofferenza che serpeggia nei confronti delle larghe intese, allora Napolitano non sarebbe affatto contrario a raccogliere la disponibilità alle dimissioni manifestata dal Guardasigilli. La signora Cancellieri lo ha già detto, “se mi rendessi conto di essere un ostacolo o un peso me ne andrei”.