La giusta punizione

7 AGO 20
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E' vero, caro Direttore, quei commissari dell'ONU l'han fatta grossa. Debbo dirle però che don Federico Pichetto, a mio avviso, tiene ragione: il silenzio, certe volte, è la risposta migliore. E non solo perché il sereno tacere è segno distintivo di superiore dignità, assai più di quanto lo sia la stizza di un pur motivato rimbrotto; ma soprattutto perché il silenzio, in circostanze come queste, è più terribile del rimprovero. I peccatori amano il plateale conforto della visibilità: essere ignorati è, per loro, il peggiore dei dispetti. Del resto se gli incauti di cui parliamo fossero stati quattro scalmanati qualsiasi, avremmo forse buttato via il nostro tempo a scrivere appelli al Papa? E dunque: possiamo mai affannarci a scomodare un Pontefice, depositario della millenaria tradizione d'un Antico Testamento, solo perché si tratta di scalmanati appartenenti ad un'organizzazione, benemerita quanto vogliamo (non dico di no), ma sorta appena appena qualche decina d'anni fa, e dunque, in fondo, ancora tanto acerba? Non credo, caro Direttore: non possiamo. Anzi, se don Federico Pichetto mi perdona, mi permetto di travalicare un poco la sua ieratica posizione, sicuro di trovarlo pienamente d'accordo sulla mia intenzione. E perciò propongo per gli sciagurati in questione quella che possiamo definire, in tutti i sensi, la più esemplare delle sanzioni. Ossia il perdono. "Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno" (Luca 23:34).