In memoria del conflitto d’interessi
Sono due decenni che l’Italia si trascina, o voluttuosamente si rosola, nel tormento con estasi del conflitto di interessi, l’infallibile termometro che misura la febbre della nostra democrazia malata. Il cancro, il virus. Piuttosto stagionale, del resto, visto che va e viene, come il surriscaldamento globale. Pronto al letargo quando non è più conveniente evocarlo (capitò un paio di volte, con la sinistra al governo).
7 AGO 20

Sono due decenni che l’Italia si trascina, o voluttuosamente si rosola, nel tormento con estasi del conflitto di interessi, l’infallibile termometro che misura la febbre della nostra democrazia malata. Il cancro, il virus. Piuttosto stagionale, del resto, visto che va e viene, come il surriscaldamento globale. Pronto al letargo quando non è più conveniente evocarlo (capitò un paio di volte, con la sinistra al governo). Meno letale del temuto, se in quasi vent’anni democrazia l’è tutt’altro che morta. Ma il conflitto d’interessi è stato ed è lo scandalo assoluto dei moralisti e degli irrealisti. Per anni abbiamo provato a spiegare ai sordi e ai ciechi che negli Stati Uniti, dove per chi fa politica è una sfumata opportunità l’obbligo di mettere i propri asset in fondo a un blind trust, c’è un magnate dei media che si chiama Michael Bloomberg che fa il sindaco di New York, città di Wall Street, ed è monopolista dell’informazione economico-finanziaria. Al massimo a Gotham City non si fuma più. Dovrebbero essere nozioni finalmente acquisite, per chi senza infingimenti sa che l’informazione è parte del mondo reale e del gioco politico ed economico.
Eppure, mentre tre lustri di controprove non sono riusciti a smuovere il pregiudizio italiano, non appena l’ombra di un possibile conflitto d’interessi, cioè di un intreccio tra l’economia e la politica, va a coprire qualche altro corposo pezzo del sistema economico tutto svanisce nell’indifferenza (morale?) più assoluta. Fa un po’ specie che adesso, mentre si scomodano i massimi sistemi della responsabilità nazionale per il caso Fiat, mentre tutti i benpensanti si appellano al governo perché intervenga a scongiurare la chiusura di qualche fabbrica, nessuno trovi il tempo e la voglia di notare che il nostro attuale governo – formato da tecnici e professori magnificamente super partes e mirabilmente dentro e fuori dai consigli di amministrazione di aziende e banche – qualche ombra di conflitto di interessi, almeno pregresso, ce l’ha. Perché i fili che intrecciano sistema economico e poteri finanziari sono più sottili e ritorti di quelli che servono per accendere una tv. E passi per Mario Monti, che transitò nel cda di Fiat quando ancora era un brillante quarantenne, negli anni duri di Cesare Romiti e dei bilanci disastrati. Ma il ministro dello Sviluppo Corrado Passera, di cui tutti auspicano l’intervento, nelle scelte del gruppo torinese ha avuto qualche voce in capitolo fin dal 2002 quando con Banca Intesa fu uno dei protagonisti del convertendo che evitò a Fiat la bancarotta creando, di fatto, una situazione di controllo sugli azionisti. E ancora nel 2009 Passera era supporter finanziario di Fiat quando Marchionne studiava l’acquisto di Opel. Come definire questi, o altri, intrecci? Sono il virus della democrazia o il sale di un rapporto sempre tortuoso tra economia, politica, finanza? Lasciamo ai soloni di decidere, per ora parce sepulto al conflitto di interessi. Che è il sale del capitalismo e può essere controllato, entro una certa misura, solo dalla pubblicità degli atti politici e finanziari. Fino al prossimo, grottesco risveglio. Davanti alla televisione.