Il pizzino di Travaglio

Prima di passare ai metodi spicci e risolutivi, quel sant’uomo di Bernardo Provenzano era solito inviare un “avvertimento”: si metteva pazientemente alla macchina da scrivere e in quattro e quattr’otto ticchettava uno dei suoi memorabili “pizzini”. Il più celebre, per il raffinatissimo gioco tutto mafioso del dire e del non dire, è quello spedito a Paluzzo Privitera, ricco commerciante di Partinico, che un giorno si era messo in testa di non pagare più il pizzo. Il boss dei corleonesi, per riportarlo sulla giusta via, usò poche ma sentite parole.
6 AGO 20
Immagine di Il pizzino di Travaglio
Prima di passare ai metodi spicci e risolutivi, quel sant’uomo di Bernardo Provenzano era solito inviare un “avvertimento”: si metteva pazientemente alla macchina da scrivere e in quattro e quattr’otto ticchettava uno dei suoi memorabili “pizzini”. Il più celebre, per il raffinatissimo gioco tutto mafioso del dire e del non dire, è quello spedito a Paluzzo Privitera, ricco commerciante di Partinico, che un giorno si era messo in testa di non pagare più il pizzo. Il boss dei corleonesi, per riportarlo sulla giusta via, usò poche ma sentite parole. “Per evitare complicazioni che non ci piacciono a nessuno”, scrisse,“ti prego vivamente di saperti bene regolare”.

Binnu Provenzano da qualche annetto è costipato nelle patrie galere. Ma il genere letterario nato dalla sua vena creativa non è morto. Un riscontro, stilisticamente parlando, si ritrova sul Fatto quotidiano di Marco Travaglio che, nel giro di due settimane, ha inviato ben due messaggi, non proprio rassicuranti, al presidente della quinta sezione penale della Cassazione, Aldo Grassi, il quale proprio oggi dovrà stabilire se nella sentenza che ha condannato Marcello Dell’Utri a sette anni per mafia ci sono prove sostanziose oppure la solita, maleodorante brodaglia di pettegolezzi con la quale spesso viene costruito l’indefinito e inafferrabile “concorso esterno”.

Il primo pizzino era contenuto la settimana scorsa in un articolo dove si leggeva che il senatore del Pdl, sotto tiro dal 1995, “trova alla Corte come giudice un amico di Corrado Carnevale: Aldo Grassi”, appunto. Al quale, oltre all’amicizia con quel reprobo dell’Ammazzasentenze, venivano anche rinfacciate le “sue idee sulla riforma della giustizia: separazione delle carriere e fine dell’obbligatorietà dell’azione penale”. Seguiva un gossippario di maldicenze e di irrilevanti note tratte dal fascicolo personale di Grassi. Robetta, evidentemente. Ma sufficiente per mettere i giudici sotto pressione: chi avrà mai il coraggio, in Camera di consiglio, di proporre se non proprio la cassazione della condanna almeno un annullamento della sentenza con rinvio a un nuovo processo?

Per salvaguardare la serenità del collegio, e in particolare del giudice Grassi, la presidenza della Suprema corte ha risposto con una nota ufficiale: “Nessun torbido mistero nell’assegnazione e nella fissazione del processo”. Ma al Fatto, si sa, non possono consentirsi di vedere di colpo sfumare il teorema, tanto caro a Travaglio e Santoro, secondo il quale la Seconda Repubblica sarebbe nata da un’alleanza criminale tra Berlusconi e la mafia. E ieri, a ventiquattr’ore dal verdetto, hanno spedito un secondo pizzino con il quale ricordano a Grassi certi suoi comportamenti da procuratore nella Catania degli anni Ottanta. Poche, ma sentite parole. Quanto basta per suggerire al giudice di “sapersi bene regolare”.