Il futuro della Disneyland del deserto è ancora incerto, ma il peggio è passato

Svolgimento incerto per la tempesta con epicentro Dubai: ieri Wall Street ha aperto la seduta in calo e il costo del rischio-paese dell’Emirato ha continuato a salire, mentre nelle borse europee sembrava passata la paura. L’emiro Mohammed bin Rashid al Maktoum ha parlato nel tentativo di rassicurare i mercati ma i titoli della stampa non lo hanno seguito. La notizia, per ora, non si lascia offuscare da spin e interpretazioni di sorta: Dubai World è in difficoltà.
7 AGO 20
Ultimo aggiornamento: 03:45
Immagine di Il futuro della Disneyland del deserto è ancora incerto, ma il peggio è passato
Svolgimento incerto per la tempesta con epicentro Dubai: ieri Wall Street ha aperto la seduta in calo e il costo del rischio-paese dell’Emirato ha continuato a salire, mentre nelle borse europee sembrava passata la paura. L’emiro Mohammed bin Rashid al Maktoum ha parlato nel tentativo di rassicurare i mercati ma i titoli della stampa non lo hanno seguito. La notizia, per ora, non si lascia offuscare da spin e interpretazioni di sorta: Dubai World, una delle tre diramazioni finanziarie della città stato che fa parte della federazione degli Emirati Arabi Uniti, è in difficoltà e ha chiesto di poter rinviare il pagamento di 59 miliardi di dollari di debiti, circa due terzi degli 80 miliardi di debiti complessivi dell’Emirato.
Chiude la Disneyland del lusso e della finanza costruita nel deserto sui resti di un villaggio di pescatori di perle? “E’ un bell’esperimento, non credo finirà”, dice al Foglio Sergio Nazzaro, consulente di un gruppo immobiliare italiano che opera anche negli Emirati. Sui suoi quattro anni da pendolare tra Roma e Dubai ha appena scritto un libro, “Dubai Confidential” (Elliot): “In queste ore mi chiamano i clienti per sapere se conviene vendere. Ma nel mezzo della tempesta, cercare di tornare al porto può essere più rischioso che stare fermi – continua – e comunque la capacità di visione degli emiratini non svanirà da un momento all’altro”.
Inventiva e intraprendenza hanno spinto infatti gli sceicchi locali, al potere dagli anni Settanta, a puntare prima sul petrolio e poi, a partire dagli anni Novanta, una volta toccato il picco dei 400 mila barili di oro nero esportati ogni giorno, su un’economia che fosse quanto più diversificata. Per prime sono arrivate le grandi multinazionali – Microsoft, Dell, Reuters e Bbc – che hanno spostato lì le loro sedi mediorientali, attratte da vere e proprie zone franche da un punto di vista fiscale. A seguire è venuta l’industria del turismo di lusso. Nel 1999 viene inaugurato a Dubai il primo hotel a sette stelle, il Burj Al Arab, una costruzione a forma di vela, alta 321 metri, sorta su un’isola artificiale. Stranezze del genere, l’anno scorso, hanno convinto sei milioni di turisti a fermarsi in una città di nemmeno due milioni di anime. Contemporaneamente esplode il mercato immobiliare; un dato su tutti: nel 2008 a Dubai erano al lavoro il 25 per cento di tutte le gru del mondo. Si aggiunga la finanza e il miracolo è apparentemente riuscito: i settori non legati al petrolio, l’anno scorso, contavano per più del 95 per cento del prodotto interno lordo. “La frenetica circolazione di biglietti verdi ha contribuito a creare un clima molto positivo tra le centinaia di etnie e fedi presenti in loco – nota Nazzaro – accanto alla moschea di Dubai sorge una chiesa che ospita migliaia di fedeli ogni domenica”.
Ma nel modello economico di Dubai qualcosa si è inceppato: “Dopo il collasso di Lehman sembrava che la città fosse stata risparmiata dalla crisi – dice al Foglio Christopher Davidson, docente all’Università di Durham e da dieci anni nel Golfo – tanto che stati vicini come Kuwait e Abu Dhabi espressero pubblicamente un sentimento di invidia. Contemporaneamente lo sceicco al Maktoum era visto come un visionario in tutto il mondo arabo”. Però? “Era fisiologico che la nuova benzina del Dubai post petrolio – gli investimenti diretti esteri – smettesse prima o poi di fluire. Le banche di Dubai hanno trovato sempre più difficile reperire all’estero liquidità da utilizzare all’interno del paese per i mutui. La fiducia poi è venuta giù con la progressiva discesa della Borsa”. Eppure think tank, docenti e media locali – sostiene Davidson, autore già nel 2008 del libro quantomeno premonitore, “Dubai: The Vulnerability of Success” – hanno risentito della “mancanza di trasparenza” che caratterizza l’economia di uno stato gestito da una torre d’avorio, come in un parco giochi, appunto. Ora tutti guardano ad Abu Dhabi che, secondo quanto riportava Asia News, sarebbe pronto a intervenire per sollevare Dubai dal suo indebitamento. Sarebbe il primo bail-out di uno stato intero.