Botte elettorali
I bersaniani e i piani segreti per arginare l’ascesa di Renzi
Regole e gazebo. Per il Partito democratico sono diventate ormai un vero e proprio incubo. Persino colui che le ha lanciate, ovvero Pier Luigi Bersani, ogni tanto rimpiange di averlo fatto. Il segretario del Partito democratico aveva annunciato le primarie non certo per fare un piacere al sindaco di Firenze, Matteo Renzi, ma perché si era fortissimamente convinto che il gruppo dirigente del suo partito – Walter Veltroni, Enrico Letta, Giuseppe Fioroni, Massimo D’Alema e compagnia – gli volesse scavare la fossa preparando la strada al Monti bis. Leggi Primarie del Pd, candidati mezze porzioni con parmigiana di melanzane di Stefano Di Michele - Leggi A chi fa gioco il boom di candidature nel Pd? di Claudio Cerasa - Leggi Il vero non detto del Cav. su Renzi
7 AGO 20

Regole e gazebo. Per il Partito democratico sono diventate ormai un vero e proprio incubo. Persino colui che le ha lanciate, ovvero Pier Luigi Bersani, ogni tanto rimpiange di averlo fatto. Il segretario del Partito democratico aveva annunciato le primarie non certo per fare un piacere al sindaco di Firenze, Matteo Renzi, ma perché si era fortissimamente convinto che il gruppo dirigente del suo partito – Walter Veltroni, Enrico Letta, Giuseppe Fioroni, Massimo D’Alema e compagnia – gli volesse scavare la fossa preparando la strada al Monti bis. Per scartare da quella situazione e non farsi chiudere in un angolo Bersani ha pensato di lanciare le primarie. Ma adesso questo strumento pensato come una via di fuga rischia di trasformarsi in un boomerang per lui. Infatti non c’è giorno che passi che non viene annunciata la candidatura di qualche esponente del Pd. Se ne contano a bizzeffe. C’è l’assessore del comune di Milano Stefano Boeri, ex candidato sindaco del Pd nel capoluogo lombardo, c’è la candidata di Repubblica Laura Puppato, il sempiterno giovane Pippo Civati (che ieri ha rilasciato sempre a Repubblica un’intervista in cui non escludeva di partecipare alla competizione, anche se in realtà difficilmente il consigliere regionale lombardo sarà della partita). Lasciamo stare se poi si candideranno effettivamente, perché le campagne elettorali costano e uno le fa solo se ha chance di vincere. Ma al Pd, comunque, questo fiorire di candidati viene visto come un sintomo di malessere. Come il segnale del fatto che Bersani non è più il leader indiscusso.
La soglia possibile. Comunque, proprio per arginare la fioritura di aspiranti premier all’interno del Partito democratico, a largo del Nazareno stanno pensando di mettere una soglia minima di firme necessarie per presentare una candidatura che sia molto alta. Quasi proibitiva. Tranne per l’unico vero sfidante del segretario, Renzi.
Questioni di governabilità. Già, il sindaco di Firenze non è eliminabile. A meno di seguire il suggerimento di Massimo D’Alema. Cioè di approvare una riforma proporzionale che non garantisca la governabilità: se le elezioni non servono a dare un’indicazione per il premier, che senso avrebbero le primarie? Nessuno, secondo lui. Quindi si potrebbero abolire senza nessun problema. Sempre secondo lui, naturalmente…
L’altra corsa a ostacoli. Nel caso in cui la riforma non dovesse avere le caratteristiche proporzionali sognate da D’Alema, i tecnici del Pd stanno studiando una serie di meccanismi interni che potrebbero ostacolare la corsa del sindaco di Firenze. Renzi, infatti, è da sempre un sostenitore delle primarie a un turno unico, secco, e spesso ricorda che fino a oggi la sola importante circostanza in cui il Partito democratico ha scelto di modificare le regole delle primarie trasformandole in una corsa a due turni è stata nel 2009, ai tempi proprio delle primarie fiorentine in cui Renzi sfidò per la prima volta la nomenclatura del Pd. Renzi, nei prossimi giorni, chiederà ufficialmente al Pd, e al suo segretario, di non “complicare” le primarie e proverà in tutti i modi a mantenere anche per questo novembre la stessa impostazione che le primarie ebbero nel 2005 (ai tempi di Romano Prodi) e nel 2007 (ai tempi di Veltroni). Difficilmente però su questo punto Renzi otterrà un successo (le primarie saranno a doppio turno, circostanza che complica i piani del sindaco, che nel face to face con Bersani, secondo alcuni sondaggi, avrebbe meno opportunità di farcela rispetto a una competizione più dispersiva con altri candidati) e alla fine dovrà accontentarsi di avere primarie in cui gli elettori potranno registrarsi al momento del voto e non saranno invece costretti a farlo prima.
L’incertezza di Nichi. Ma senza scomodare la riforma ci sarebbe un altro modo per arginare la forza d’urto di Renzi: non far candidare Nichi Vendola, presidente della regione Puglia, sperando che una parte almeno dell’elettorato di sinistra voti per Bersani. L’altro giorno il “governatore” della Puglia ha detto di non essere sicuro di candidarsi. E questo sarebbe senz’altro un assist per il segretario del Partito democratico, anche se, ovviamente, Vendola ha motivato questa incertezza con altre ragioni.
La soglia possibile. Comunque, proprio per arginare la fioritura di aspiranti premier all’interno del Partito democratico, a largo del Nazareno stanno pensando di mettere una soglia minima di firme necessarie per presentare una candidatura che sia molto alta. Quasi proibitiva. Tranne per l’unico vero sfidante del segretario, Renzi.
Questioni di governabilità. Già, il sindaco di Firenze non è eliminabile. A meno di seguire il suggerimento di Massimo D’Alema. Cioè di approvare una riforma proporzionale che non garantisca la governabilità: se le elezioni non servono a dare un’indicazione per il premier, che senso avrebbero le primarie? Nessuno, secondo lui. Quindi si potrebbero abolire senza nessun problema. Sempre secondo lui, naturalmente…
L’altra corsa a ostacoli. Nel caso in cui la riforma non dovesse avere le caratteristiche proporzionali sognate da D’Alema, i tecnici del Pd stanno studiando una serie di meccanismi interni che potrebbero ostacolare la corsa del sindaco di Firenze. Renzi, infatti, è da sempre un sostenitore delle primarie a un turno unico, secco, e spesso ricorda che fino a oggi la sola importante circostanza in cui il Partito democratico ha scelto di modificare le regole delle primarie trasformandole in una corsa a due turni è stata nel 2009, ai tempi proprio delle primarie fiorentine in cui Renzi sfidò per la prima volta la nomenclatura del Pd. Renzi, nei prossimi giorni, chiederà ufficialmente al Pd, e al suo segretario, di non “complicare” le primarie e proverà in tutti i modi a mantenere anche per questo novembre la stessa impostazione che le primarie ebbero nel 2005 (ai tempi di Romano Prodi) e nel 2007 (ai tempi di Veltroni). Difficilmente però su questo punto Renzi otterrà un successo (le primarie saranno a doppio turno, circostanza che complica i piani del sindaco, che nel face to face con Bersani, secondo alcuni sondaggi, avrebbe meno opportunità di farcela rispetto a una competizione più dispersiva con altri candidati) e alla fine dovrà accontentarsi di avere primarie in cui gli elettori potranno registrarsi al momento del voto e non saranno invece costretti a farlo prima.
L’incertezza di Nichi. Ma senza scomodare la riforma ci sarebbe un altro modo per arginare la forza d’urto di Renzi: non far candidare Nichi Vendola, presidente della regione Puglia, sperando che una parte almeno dell’elettorato di sinistra voti per Bersani. L’altro giorno il “governatore” della Puglia ha detto di non essere sicuro di candidarsi. E questo sarebbe senz’altro un assist per il segretario del Partito democratico, anche se, ovviamente, Vendola ha motivato questa incertezza con altre ragioni.
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