Stati e banche premono sugli Eurobond e per una Bce all’americana

Tutto è pronto per gli Eurobond. Anzi no. “Abbiamo ribadito l’importanza per l’Italia di una politica per gli investimenti in Ue come strumento di crescita”, ha detto ieri Mario Monti incontrando il premier ceco. “L’Italia – ha aggiunto il premier – vede favorevolmente, quando i tempi saranno maturi, non fra moltissimo, gli Eurobond e ogni cosa che rafforzi la preparazione per investimenti proficui”. Per Palazzo Chigi, sugli Eurobond la maggioranza dei paesi dell’Unione si è detta favorevole.
6 AGO 20
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Tutto è pronto per gli Eurobond. Anzi no. “Abbiamo ribadito l’importanza per l’Italia di una politica per gli investimenti in Ue come strumento di crescita”, ha detto ieri Mario Monti incontrando il premier ceco. “L’Italia – ha aggiunto il premier – vede favorevolmente, quando i tempi saranno maturi, non fra moltissimo, gli Eurobond e ogni cosa che rafforzi la preparazione per investimenti proficui”. Per Palazzo Chigi, sugli Eurobond la maggioranza dei paesi dell’Unione si è detta favorevole. “Diversi di noi – aveva rimarcato due giorni fa Monti – si sono detti contrari a che il tema venga tolto dal tavolo come invece alcuni vorrebbero”. Chi sono questi alcuni? La risposta l’ha fornita, indirettamente, Angela Merkel: “Non ha alcun senso ricondurre tutto agli Eurobond o a strumenti apparentemente di solidarietà” che “non farebbero che aggravare la crisi”, ha detto ieri la cancelliera a Berlino.
Sulla stessa linea di Monti c’è il neo presidente François Hollande: “Io ho un’altra concezione” rispetto a quella della Merkel sugli Eurobond, ha specificato Hollande, che poi ha però spiegato che “non è accettabile la mutualizzazione del debito passato”. Gli Eurobond, ha aggiunto, possono essere fatti “per i prestiti nuovi, come desiderato da chi paga interessi troppo alti” come è il caso, ha citato il presidente, della Spagna al 6 per cento a confronto con “la Germania a zero”. Questa formulazione potrebbe “permettere di andare più svelti nel consolidamento del bilancio”. Hollande ha poi affermato che gli Eurobond con “maggiore integrazione di bilancio” comporterebbero “la modifica dei trattati”.
Anche Mario Draghi, ieri, parlando a Roma, ha chiesto “un coraggioso salto di immaginazione politica” nel processo di integrazione europea: per questo “ho richiamato la necessità di un Growth compact accanto al ben noto Fiscal compact”. Il presidente della Bce non ha risposto direttamente a chi, come i governi francesi e spagnoli, chiede esplicitamente un Istituto centrale in stile Fed o Bank of England. Marco Valerio Lo Prete su Twitter ha notato che Draghi, tenendo ieri un intervento in ricordo di Federico Caffè, quando ha parlato della politica monetaria anni 70, che era relegata a ruolo ancillare della politica fiscale, ha aggiunto (fuori dal discorso scritto): “E’ quello che qualcuno vorrebbe facesse oggi la Bce”. Poi, una chiosa personale. “La mia tesi di laurea – ha detto l’ex governatore di Bankitalia – come sapete, con il professor Federico Caffè, si intitolava ‘Avvio verso la moneta unica’ ed era molto critica”, ha ricordato Draghi alla fine della lezione in memoria dello scomparso economista di cui fu allievo. “Come cambia la vita”, ha aggiunto, ricordando anche come Caffè abbia insegnato ai suoi allievi “a pensare con la propria testa e non ha trasmesso un credo vincolante”.
Chi, però, si aspettava aperture in vista di nuove operazioni non convenzionali, è rimasto deluso. Certo, dicendo che non ci sono spinte inflazionistiche, anzi tra la fine dell’anno e gli inizi del 2013 l’inflazione andrà sotto il 2 per cento, il banchiere centrale ha indirettamente rassicurato Berlino. Ma dalla relazione di Draghi non si sono intraviste novità in arrivo da Francoforte, dopo le operazioni di rifinanziamento delle banche che non hanno ancora dispiegato tutti gli effetti positivi sull’economia, secondo il presidente della Bce.

Le banche americane ed europee si attendono un’Eurotower attivista. In un report riservato di Morgan Stanley si auspica il “Rinascimento dell’Europa” grazie al federalismo fiscale e a economie convergenti. Eppure, spiegano gli economisti di Morgan Stanley, ciò “non basterebbe a togliere completamente dai titoli di stato dell’area euro il rischio di credito, a meno che la Bce non diventi un vero prestatore di ultima istanza. Il che richiede l’unione fiscale e la modifica del trattato”. Anche nelle migliori delle ipotesi, quindi, una Bce in stile Federal Reserve americana si rivela l’unica arma efficace per spezzare il circolo vizioso in cui è ormai caduta l’Eurozona. Morgan Stanley non è la sola a chiedere una Bce più accomodante su tassi e acquisti di bond. Anche secondo il capo economista della tedesca Commerzbank, Jörg Krämer, “se la crisi minacciasse di virare ad un’ulteriore escalation la Bce reagirà con altri maxi rifinanziamenti di lungo termine alle banche”, è la previsione. Pure nelle banche francesi si attendono nuove mosse dell’Eurotower: il peggioramento del quadro economico dell’area euro rafforza le possibilità di un taglio dei tassi di interesse da parte della Banca centrale europea che “potrebbe arrivare già a giugno”, ha scritto Ken Wattret di Bnp.