Ravi Shankar, il sitar e la sillaba ancestrale del mondo

George Harrison, il “mistico” dei Beatles, diceva che Ravi Shankar,  il maestro del sitar morto in California a 92 anni, era stato “il padrino della World Music”. Secondo Yehudi Menuhin, il grande violinista che grazie a lui aveva fatto duettare la musica classica occidentale con quella indiana, “il suo genio e la sua umanità possono essere paragonati soltanto a quelli del grande Mozart”.
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George Harrison, il “mistico” dei Beatles, diceva che Ravi Shankar, il maestro del sitar morto in California a 92 anni, era stato “il padrino della World Music”. Secondo Yehudi Menuhin, il grande violinista che grazie a lui aveva fatto duettare la musica classica occidentale con quella indiana, “il suo genio e la sua umanità possono essere paragonati soltanto a quelli del grande Mozart”. Larry Coryell, il chitarrista maestro del jazz fusion, ha raccontato di essersi formato con lui: “ascoltai il mio primo disco di Ravi Shankar nel 1962. Mi sconvolse: sentii che c’era molto blues anche nella musica indiana”. Harrison aveva anche fatto di più: aveva preso da lui lezioni. Secondo gli intenditori, non con troppo profitto. Ma il sitar, liuto a manico di legno con la cassa risonanza ricavata da una zucca, è strumento che alle orecchie occidentali fa sempre effetto, anche se in mano a un esecutore mediocre. Al di sotto delle corde, della melodia e dell’accompagnamento, tese su tasti mobili metallici, ci sono infatti quelle corde di risonanza che vibrano senza essere toccate per il semplice influsso delle altre corde: “per simpatia”, si dice in gergo tecnico. Ed è appunto quella peculiare sonorità ronzante e gonfia di armonici a generare quell’inconfondibile sapore d’Oriente che, per restare dalle nostre parti, i fratelli Guido e Maurizio De Angelis infilarono nella famosa frase musicale della sigla musicale del Sandokan di Kabir Bedi, e Albano in quella canzone dedicata a Rabindranath Tagore per cui poi litigò in tribunale con Michael Jackson.
Siamo probabilmente scesi abbastanza in basso, rispetto a quella sillaba ancestrale “om” che secondo la filosofia indiana sarebbe stata il primo suono a risuonare sulla terra, e che il “ronzio” del sitar cerca appunto di riprodurre. Ma d’altronde uno dei generi in cui Shankar raccolse più premi fu appunto la musica da film, e poi la caratteristica della World Music è appunto la mescolanza assoluta: non solo delle provenienze geografiche, ma anche dell’Alto con il Basso. Certo: formalmente il termine World Music non nasce che nel giugno 1987, con la campagna promozionale decisa da un gruppo di distributori di musiche africane e latino-americane riuniti nel pub londinese Empress of Russia. Ma di fatto è appunto il gruppo di concerti che Ravi Shankar fece nell’era d’oro del pop, presentando a quel pubblico la musica classica indiana, che ne gettò uno dei semi più fecondi. Da Monterey Pop, giugno 1967, a Woodstock, agosto 1969, fino a quel famoso Concert for Bangladesh del primo agosto 1971. Dove c’erano anche George Harrison, Ringo Starr, Leon Russell, Billy Preston, Eric Clapton e Bob Dylan: ma fu di Shankar l’introduzione ipnotica a base di sitar, sarod e tabla.
D’altra parte Shankar, nato nel 1920 nella città santa di Benares da un bramino filosofo, scrittore e giramondo che era stato funzionario del maharajah di Jhalawar e che conobbe a soli otto anni, era sì un musicista formato nei canoni della tradizione indù: anche se, nota curiosa, prima di imparare il sitar aveva fatto per un po’ il ballerino nel gruppo musicale di suo fratello Uday. Proprio durante i tour fatti negli anni ’30 in Europa assieme al fratello aveva però conosciuto in profondità la musica classica occidentale, il jazz e la musica da cinema che avrebbe messo nei suoi raga dimostrando così che si poteva contaminare l’Oriente con l’Occidente prima che fosse quest’ ultimo ad andare in oriente a caccia di nuove contaminazioni.