Obamismi elettorali a New York

A prima vista quella di Bill de Blasio è una bella favola liberal e newyorchese, di quelle che finiscono con l’incoronazione di un outsider populista di Brooklyn che tifa per i Red Sox di Boston. Alle primarie democratiche per la poltrona di sindaco di New York, De Blasio ha passeggiato sugli avversari e soltanto un meticoloso conteggio delle poche, ma decisive, schede cartacee rimaste in città dirà se ha superato la soglia del 40 per cento che lo spedirebbe direttamente alle elezioni del 5 novembre senza passare dal ballottaggio con il secondo classificato, Bill Thompson.
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New York. A prima vista quella di Bill de Blasio è una bella favola liberal e newyorchese, di quelle che finiscono con l’incoronazione di un outsider populista di Brooklyn che tifa per i Red Sox di Boston. Alle primarie democratiche per la poltrona di sindaco di New York, De Blasio ha passeggiato sugli avversari e soltanto un meticoloso conteggio delle poche, ma decisive, schede cartacee rimaste in città dirà se ha superato la soglia del 40 per cento che lo spedirebbe direttamente alle elezioni del 5 novembre senza passare dal ballottaggio con il secondo classificato, Bill Thompson. Al viso raggiante di questo monumentale alfiere della giustizia sociale che si è conquistato la sua favola fa da contraltare lo sguardo nero di Anthony Weiner, universalmente noto come “quello che si fotografa la parti basse e le condivide su Twitter”, che dal finestrino dell’automobile mostra il dito medio a un cronista della Abc.
Christine Quinn, l’insider preferita da Michael Bloomberg e sostenuta dai pezzi pregiati dell’establishment democratico, su tutti il New York Times, ha pagato le difficoltà a smarcarsi dalla legacy di “Hizzoner”, dominatore della città per una stagione troppo lunga per non venire a noia. Mentre De Blasio piazzava in favore di telecamera un figlio con il più italiano dei nomi, Dante, e con una capigliatura da Michael Jackson prima di diventare bianco, la città veniva invasa da cartelli e magliette “Anybody but Quinn”, e il candidato con famiglia multicolore denigrato da Bloomberg per la campagna “razzista” scalzava la lesbica che non è riuscita a superarlo ai punti nemmeno nella comunità gay. La rupture creativa di De Blasio ha scacciato la continuità istituzionale di Quinn.
Ma le favole più zuccherose della politica americana spesso nascono da una pianificazione scientifica. A ben vedere, la vittoria di De Blasio non deriva da un trionfo della spontaneità, ma dalla preparazione di una campagna che il candidato ha affidato alla scuola di Barack Obama, l’uomo che quando si tratta di governare s’imbroglia e s’impantana con spaventosa facilità, ma dà lezioni a chiunque nell’arte prediletta della campagna elettorale. L’eminenza grigia di De Blasio è John Del Cecato, stratega quasi sconosciuto al pubblico ed emanazione newyorchese di David Axelrod e David Plouffe, i creatori della fenomenologia comunicativa di Obama nella fucina di Chicago. Del Cecato ha ideato l’immagine ultrapopulista del candidato che parla dalla cucina di casa (per la verità era casa di amici, la cucina De Blasio era troppo piccola per piazzare le telecamere: gli strateghi amano raccontare questo aneddoto), ha scoperto la vena d’oro della “tale of two cities”, le due città che si fronteggiano: quella opulenta e “greedy” di Bloomberg e quella dominata dall’ineguaglianza, una specie di periferia esistenziale raccontata con il registro linguistico di Joe Stiglitz.
Accanto a Del Cecato c’è Anna Greenberg, sondaggista della campagna di De Blasio e figlia di Stan Greenberg, storico consigliere di Bill Cinton e tentacolare operatore nei sotterranei della politica. Il matrimonio di Anna lo ha celebrato un vecchio amico, Rahm Emanuel, che del sodalizio fra l’universo clintoniano e l’arte comunicativa di Obama è uno dei sacerdoti più potenti. Del resto De Blasio è stato il manager della campagna elettorale di Hillary Clinton al Senato, ovvero della vittoria di una first lady originaria di Chicago prestata allo stato di New York e inserita meglio di chiunque altro nelle sue infinite sinapsi. De Blasio è un’infiorescenza cresciuta – e coltivata – in questo humus politico bagnata dall’innaffiatoio della retorica obamiana, qualità dominante di un presidente di campagna più che di governo.