Multilateralismo estremo

Il multilateralismo è logorante, il presidente Obama l’ha capito in questi anni di guerre da terminare, conflitti da ridimensionare, ideologie da sotterrare, salvo poi farle rivivere in modi più bruschi, con “la guerra necessaria” in Afghanistan che è diventata sbrigativa e superleggera (e poco finanziata, peraltro) e attacchi di droni che ormai sono l’unica arma di politica estera di cui Washington ha deciso di servirsi.
6 AGO 20
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Il multilateralismo è logorante, il presidente Obama l’ha capito in questi anni di guerre da terminare, conflitti da ridimensionare, ideologie da sotterrare, salvo poi farle rivivere in modi più bruschi, con “la guerra necessaria” in Afghanistan che è diventata sbrigativa e superleggera (e poco finanziata, peraltro) e attacchi di droni che ormai sono l’unica arma di politica estera di cui Washington ha deciso di servirsi. I pachistani vanno al vertice della Nato a fare i bulli, chiedono un pizzo da cinquemila dollari a veicolo che transita sui valichi controllati da loro, una tariffa che fino a sei mesi fa era pari a 250 dollari, ma l’ansia da ritiro dall’Afghanistan ha fatto svoltare i negoziati, per Islamabad s’intende. Gli afghani scendono nei dettagli, fanno i cavillosi, vogliono garanzie da fine guerra, pure se in cambio non danno né affidabilità né grande strategia di alleanza, mentre i membri della Nato scrivono accordi con l’Uzbekistan, per cercare almeno una via d’uscita dal conflitto afghano che non sia sottoposto a troppi sbalzi umorali. I russi fanno gli occhi cattivi, lo scudo antimissilistico che la Nato vuole installare per contenere la minaccia iraniana è sempre più concreto, ma suona a Mosca come l’affronto assoluto: così il neo presidente di ritorno Vladimir Putin forma con tempismo perfetto un governo falchissimo, fatto “per affrontare tempi di crisi”, che ha tutta l’aria di una dichiarazione di guerra, non fosse che c’è sempre il fin troppo sorridente Medvedev a fare da premier-dissimulatore.
Tra Camp David e Chicago, prima gli amici del G8 e poi quelli della Nato, Obama ha dovuto far finta che fosse tutto sotto controllo (sorbendosi addirittura una partita di pallone in mezzo all’inglese Cameron e alla tedesca Merkel, uno rideva quando l’altra piangeva), per rassicurare soprattutto il suo elettorato: a novembre ci sono le elezioni, e l’economia deve sembrare sulla strada della ripartenza, la guerra in Afghanistan deve apparire quasi chiusa e quella iraniana neanche lontanamente vicina. Per questo il multilateralista in chief ha grandi aspettative intorno ai colloqui sull’uranio arricchito iraniano che si aprono domani a Baghdad: in questa burrascosa vigilia, i negoziatori sembrano fiduciosi, i nostri almeno – quelli iraniani alzano la posta, sanno che se già ottengono qualche mese di tempo, è un ottimo risultato. Al ribasso è anche il gioco egiziano, dove sempre domani inizia la due giorni elettorale: il successo è che si riesca ad andare a votare senza che la primavera araba finisca in altri scontri e morti, se poi vince il “fuoriuscito” dei Fratelli musulmani che si vende come grande modernizzatore ce lo faremo andare bene.

Dicono di non farci troppo infastidire da quest’aria di ricatto: è il multilateralismo estremo, bellezza, a volte si vince a volte si perde. Peccato che su Afghanistan e Iran ci siamo giocati l’unità dell’occidente, la sua identità, i suoi valori. Non si può perdere.