L’uomo di Facebook ora dirige la rivista di carta per intellettuali
Chris Hughes ha quell’età in cui i giornalisti, di questi tempi, fanno a gomitate per passare dal rango di stagista a quello di stagista esperto. Soprattutto in giornali con un secolo di storia alle spalle e nel quale hanno scritto, tanto per citarne alcuni, George Orwell, Virginia Woolf, John Keynes e Thomas Mann. Il ventottenne Hughes, invece, un giornale siffatto se l’è comprato e ne è diventato anche il direttore responsabile.
6 AGO 20

New York. Chris Hughes ha quell’età in cui i giornalisti, di questi tempi, fanno a gomitate per passare dal rango di stagista a quello di stagista esperto. Soprattutto in giornali con un secolo di storia alle spalle e nel quale hanno scritto, tanto per citarne alcuni, George Orwell, Virginia Woolf, John Keynes e Thomas Mann. Il ventottenne Hughes, invece, un giornale siffatto se l’è comprato e ne è diventato anche il direttore responsabile. Da tempo si sapeva che il New Republic, storico magazine della sinistra intellettuale, era alla ricerca di un acquirente e grazie a Michael Calderone dell’Huffington Post, il giornalista più informato d’America su editoria e dintorni, si sapeva anche che qualcuno dalle parti di Facebook stava annusando l’aria.
Le vendite del New Republic erano crollate, le inserzioni pubblicitarie pure, il pater familias del giornale, Marty Peretz, era stato costretto a passare alla frequenza bisettimanale dopo una vita passata a uscire ogni sette giorni. E vendere centomila copie in capo a un mese non è una prestazione che permette di rimanere sul mercato. Non oggi, almeno. Una cosa però è vendere un brand prestigioso a qualche Murdoch o Bloomberg, un’altra è essere inglobati da una galassia parallela come quello alla quale appartiene il biondo compagno di stanza di Mark Zuckerberg a Harvard, nonché cofondatore di Facebook. La natura di The New Republic promana da quei salotti liberal di Washington e New York dove si discorre di alta cultura e si battaglia d’idee con un certo aplomb filantropico, mentre Hughes è il perfetto rappresentante della generazione di geniali nerd che ha sbancato il mercato della Silicon Valley. E ora ha una gran voglia di tornare indietro a prendersi il resto. La lettera che Hughes ha scritto per il suo insediamento esprime in sostanza due concetti. Primo: il giornale, nato e cresciuto attorno all’idea del giornalismo approfondito, ben scritto, con articoli lunghi e programmaticamente di non facile digestione per il grande pubblico conserverà la sua impostazione.
E i blog, i tweet, gli “I like”, la velocità senza qualità, il mondo che cambia in fretta e tutto il resto? Hughes sembra non propendere per questa via, che inevitabilmente toglierebbe al New Republic un’importante aliquota della sua originalità. La strada però porta all’aggressione del mercato dei tablet, strumento che Hughes è convinto possa affrancare il buon giornalismo dalla carta senza alienarlo da se stesso. “Nella prossima stagione del New Republic ci adatteremo in modo aggressivo alle nuove tecnologie dell’informazione senza sacrificare il nostro impegno nel giornalismo serio. Cercheremo di raccontare storie importanti in politica e nella cultura e continueremo a produrre le stesse rigorose analisi che hanno reso famoso questo giornale”. Il secondo rilievo di Hughes è di taglio strettamente ideologico: la pubblicazione continuerà a essere un giornale di “valori progressisti” ma soprattutto cercherà di attrarre “pensatori indipendenti a destra e a sinistra che cercano nuove idee e una più profonda comprensione delle sfide che il mondo ha davanti”. Che poi è, nella sostanza, la formula che il New Republic ha adottato secondo sfumature diverse sotto l’egida di Peter Beinart – che aveva la stessa età di Hughes quando è diventato direttore, tanto per dire dell’anomalia – poi di Franklin Foer e infine di Richard Just, il quale rimarrà a capo delle operazioni editoriali. Hughes se ne starà più che altro nella sua casa nella valle del fiume Hudson, a nord di New York, e farà spesso visita alla redazione di Washington. Il New Republic è conosciuto (e amato) per la libertà con la quale contraddice la sua proclamata ortodossia liberal. Negli anni Novanta il bersaglio preferito era Bill Clinton, negli anni di Bush il giornale si è trasformato in un rifugio sicuro per gli interventisti di sinistra, salvo poi ricredersi ex post. Da lì passano o sono passati gli intellettuali che contano, da Paul Berman a Sam Tanenhaus fino a Bob Kagan e Michael Walzer; la lista è enorme ed eterogenea. Ma nel tormentato laboratorio d’idee è emersa anche una scuola di analisti più ancorati all’attualità – ma non meno originali nel costruire la narrazione – come Jonathan Cohn e Alec McGillis. Il problema della gestione Peretz è che a forza di tagli e svendite, in redazione sono rimasti in ventinove e la baracca ha iniziato a perdere soldi a un ritmo insostenibile.
La definizione perfetta del New Republic si trova in una battuta della serie tv “Entourage” andata in onda nel 2004: “Tu leggi il New Republic? Bene, io lo leggo, e dice che non sai di che cazzo parli”. Questo è il giornale che Hughes ha comprato per una cifra imprecisata e che si propone di rilanciare senza violarne l’anima. Non l’ha fatto per soldi, ovviamente. “Il profitto in sé non è la mia motivazione. Il fatto è che credo nel giornalismo approfondito del quale noi – noi in generale, come società – abbiamo bisogno. Sto investendo sul New Republic perché credo nella sua missione, non perché voglio trasformarlo nel nuovo Facebook”.
Del resto, le sovrapposizioni ideologiche fra Hughes e la linea del New Republic non sono difficili da individuare. Il confondatore di Facebook è un ventottene gay che ha studiato storia e letteratura a Harvard, ha lasciato il suo ruolo – ma non le sue quote, ovviamente – a Palo Alto nel 2007 per diventare il coordinatore della parte Web della campagna di Barack Obama. Se la reazione fra l’elemento obamiano e quello della rete ha fatto tutto quel rumore è anche merito suo. Dopo la campagna elettorale ha fondato Jumo – un portale-social network rigorosamente no-profit che lotta contro la povertà nel mondo – per onorare la sua sensibilità di attivista in favore degli ultimi. Il suo compagno, Sean Eldridge, è il direttore politico di Freedom to Marry, una potente associazione della lobby per i diritti dei gay, e i due si sono presentati orgogliosamente insieme alla prima cena di stato dopo l’elezione di Obama. Ai più oltranzisti lettori del quotidiano dell’intellighenzia ebraica tutta questa vicinanza al presidente che guarda in cagnesco Netanyahu forse non convincerà del tutto, ma al netto delle piccole deviazioni rispetto al passato la patente della sincerità democratica non manca a questo ragazzo da (almeno) settecento milioni di dollari. Certo è che la saggia senescenza di un Marty Peretz paragonata al ciuffo alla Justin Bieber di Hughes produce un effetto straniante. Segno di questi tempi nei quali la nuova classe dirigente di fede democratica, costruita nelle fabbriche dell’Ivy League e che ha aggredito il mercato in infradito davanti a un schermo della Silicon Valley, sta allargando i suoi confini.