“La rivoluzione è morta, ci avete venduto”, dicono i ribelli

Con l’attacco americano alla Siria messo in temporaneo stand by, i ribelli sostenuti dall’occidente ammettono di avere il timore di aver perso la loro migliore occasione per deporre velocemente il presidente Bashar el Assad e mettere in disparte gli estremisti islamici. I ribelli, già frustrati dai ritardi nella consegna degli aiuti militari promessi dagli americani, hanno dichiarato mercoledì di aver rinunciato all’idea di un aiuto straniero determinante dopo che il presidente Barack Obama ha chiesto al Congresso di rimandare il voto sull’attacco alla Siria. Obama ha messo in pausa il suo slancio militare martedì notte, per dare tempo alla diplomazia di fare il suo corso dopo la proposta russa di consegna delle armi chimiche da parte di Damasco, in uno sforzo atto a evitare l’attacco. Ferraresi Il silenzio dei vinti - Raineri La catastrofe siriana fa splendere il russo Putin di una nuova grandeur di Nour Malas
6 AGO 20
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Con l’attacco americano alla Siria messo in temporaneo stand by, i ribelli sostenuti dall’occidente ammettono di avere il timore di aver perso la loro migliore occasione per deporre velocemente il presidente Bashar el Assad e mettere in disparte gli estremisti islamici. I ribelli, già frustrati dai ritardi nella consegna degli aiuti militari promessi dagli americani, hanno dichiarato mercoledì di aver rinunciato all’idea di un aiuto straniero determinante dopo che il presidente Barack Obama ha chiesto al Congresso di rimandare il voto sull’attacco alla Siria. Obama ha messo in pausa il suo slancio militare martedì notte, per dare tempo alla diplomazia di fare il suo corso dopo la proposta russa di consegna delle armi chimiche da parte di Damasco, in uno sforzo atto a evitare l’attacco. L’Amministrazione Obama si è mossa mercoledì con l’intenzione di seguire gli sviluppi della proposta russa, con il segretario di stato John Kerry diretto a Ginevra per incontrare la sua controparte russa, Sergei Lavrov. La Gran Bretagna, la Francia e gli Stati Uniti hanno presentato proposte per una risoluzione da parte del Consiglio di sicurezza dell’Onu a New York mercoledì, anche se un diplomatico occidentale ha dichiarato che i negoziati sul testo non sarebbero iniziati se non dopo aver saputo il risultato dell’incontro Kerry-Lavrov.
“La rivoluzione è morta. E’ stata venduta”, ha dichiarato Mohammad al Daher, comandante dell’Esercito siriano libero, il gruppo di ribelli appoggiato dall’occidente. “La gente si era ormai abituata a pensare che Assad sarebbe stato deposto, nessun dubbio in merito. Ma non mi stupirebbe se il risultato finale di queste negoziazioni fosse lasciare Assad in carica, trasformandolo inoltre nell’eroe nazionale che ha salvato la patria”. Lo sforzo degli Stati Uniti di armare i ribelli, autorizzato da Obama a giugno, sembrava un passo avanti mercoledì. Gli Stati Uniti avevano iniziato a rifornire di armi l’Esercito siriano libero, secondo Khalid Saleh, portavoce della Coalizione nazionale siriana. Saleh si è però rifiutato di fornire ulteriori dettagli. Funzionari americani hanno dichiarato invece che il programma è stato rimandato a causa delle iniziali obiezioni dei legislatori americani e della difficoltà di stabilire tratte sicure per consegnare le armi ai combattenti moderati. La Casa Bianca e la Cia, che porta avanti il programma di armamento, hanno rifiutato di rilasciare commenti sul fatto che le prime armi siano effettivamente arrivate a destinazione.
Il ritardo dell’attacco americano ha dato ai suoi sostenitori al Congresso una nuova opportunità per promuovere la loro causa. Ma le manovre diplomatiche – e l’offerta di una possibile via di fuga per Assad – sono nuovi motivi di disappunto per i ribelli siriani. I ribelli con base nei sobborghi di Damasco, facendo conto sul supporto degli Stati Uniti, hanno già perfezionato i loro piani di battaglia. Aspettandosi attacchi aerei americani che secondo loro potrebbero aiutare a neutralizzare la forza aerea di Assad, hanno progettato di farvi seguito con un attacco alla capitale siriana che, nelle loro speranze, avrebbe spezzato il regime. Tali aspettative – così come altre speranze dei ribelli per un intervento americano in grado di cambiare completamente gli scenari dopo un conflitto che si trascina da due anni e mezzo – sembrano però irrealistiche. Obama ha proposto un’azione militare americana come metodo per punire il governo di Assad per l’uso di armi chimiche – non come aiuto ai ribelli nella battaglia di terra.
Funzionari militari americani hanno dichiarato che la minaccia di un attacco ha in realtà già influenzato la battaglia: hanno detto di aver registrato nelle scorse settimane una ritirata da parte delle forze di Assad, che si sono spostate da posizioni di attacco ai bunker, per ripararsi da una possibile ondata di bombardamenti. Come risultato, il regime ora sarebbe in posizione più debole nell’attaccare le postazioni dei ribelli, particolarmente attorno alla città di Aleppo, secondo questi funzionari. Ma questa settimana i report su nuovi attacchi da parte del regime di Assad suggeriscono che la marea sia cambiata nel momento in cui è sfumata la minaccia di un attacco immediato da parte degli Stati Uniti.
Il senatore John McCain (repubblicano), fra i principali sostenitori dell’intervento militare, mercoledì ha definito la proposta russa una tattica per mantenere intatto il regime – e ha detto che le forze governative siriane hanno ricominciato la loro campagna aerea contro le postazioni dei ribelli martedì, incrementando anche gli attacchi di terra. McCain ha detto inoltre che le operazioni militari suggeriscono che Assad si ritenga in grado di poter fare ciò che vuole, restando impunito, mentre la Casa Bianca dibatte su come rispondere alla proposta russa.
Il ritardo porta benefici anche ai ribelli estremisti, dicono i ribelli filo occidentali. Quando è emersa la possibilità di attacchi mirati americani a seguito dell’attacco con armi chimiche il 21 agosto, gli estremisti legati ad al Qaida e i jihadisti stranieri loro alleati, siti nella più grande postazione dell’opposizione della Siria del nord, si sono nascosti temendo di diventare anch’essi obiettivo dell’attacco. I ribelli dell’Esercito siriano libero hanno rivelato di ritenere che gli estremisti riemergeranno rinforzati e pronti a una guerriglia ancor più mobile. La presenza e la forza degli estremisti rendono più difficile per i moderati convincere l’occidente che la sconfitta di Assad non trasformerebbe la Siria in una nazione priva di controllo dominata dai terroristi. Tale preoccupazione rallenta anche l’arrivo di aiuti stranieri, dicono i moderati, dato che gli estremisti rinforzano i dubbi occidentali sulle idee e sugli scopi del movimento dei ribelli. “I jihadisti beneficiano di tutto questo caos”, dichiara Samir Nachar, membro della Coalizione nazionale siriana che si oppone ai ribelli estremisti. “Ne beneficiano perché i moderati esitano in attesa del resto del mondo”. L’ultima promessa di intervento non ha rappresentato per l’opposizione siriana e per le forze ribelli a essa alleate la prima volta nella quale si è modificata la strategia in attesa dell’aiuto americano. L’Esercito siriano libero si è riorganizzato e ha cambiato diverse volte la struttura di comando dall’inizio della guerra civile con la convinzione, hanno dichiarato i rappresentanti dei ribelli, che seguire il modello suggerito dall’occidente avrebbe potuto ripulire i ranghi dagli estremisti e garantire un afflusso più consistente di fondi e, possibilmente, di armi. Il leader del supremo consiglio militare, il generale di brigata Salim Idriss, e altri membri del consiglio hanno dichiarato che finora il supporto fornito è stato inadeguato. I funzionari americani d’altro canto hanno dichiarato che i ribelli hanno aspettative prive di fondamento e spesso hanno male interpretato le loro dichiarazioni e le loro azioni.
La frustrazione per il rinvio dell’intervento americano si è estesa anche al mondo arabo. “Non perdete tempo a temporeggiare o procrastinare”, ha detto il ministro degli Esteri del Bahrein, lo sceicco Khalid bin Ahmed al Khalifa, a nome del Consiglio di cooperazione delle sei nazioni del Golfo, in una dichiarazione diretta alle nazioni occidentali coinvolte nelle trattative sugli attacchi alla Siria. I delegati della più ampia Lega araba, riuniti al Cairo, hanno dichiarato che sperano nel successo della proposta russa, ma hanno anche sottolineato come la comunità internazionale “debba ancora prendere una decisione su misure efficaci e vincolanti per assicurare la cessazione immediata delle ostilità in Siria”. I leader dell’opposizione siriana erano già scettici sulla possibilità che i potenti stati del Golfo facessero una qualsiasi mossa risolutiva di loro iniziativa. “Non si muovono senza il consenso americano. Lo capiamo, la cosa è evidente da ormai tre anni”, ha detto un membro anziano della Coalizione nazionale siriana.
di Nour Malas
Copyright Wall Street Journal
per gentile concessione
di MF/Milano Finanza
Traduzione di Sarah Marion Tuggey