La povertà e i suoi derivati
Qualche anno fa la Banca d’Italia sommò nella stessa statistica disoccupati, scoraggiati e cassintegrati per creare quello che alcuni economisti hanno chiamato “l’indice della sfiga”. Il governo Berlusconi di allora interpretò la vicenda come un attacco politico.
6 AGO 20

Qualche anno fa la Banca d’Italia sommò nella stessa statistica disoccupati, scoraggiati e cassintegrati per creare quello che alcuni economisti hanno chiamato “l’indice della sfiga”. Il governo Berlusconi di allora interpretò la vicenda come un attacco politico. Poi qualcuno spiegò che dietro quella classifica non c’era soltanto la necessità di calcolare “il tasso di sottoutilizzo del capitale umano”, quanto quello di conquistare la ribalta mediatica. E la polemica finì lì. Il 12 giugno scorso l’Ocse ha comunicato che in Italia i poveri sono circa 4,8 milioni. Il 26 giugno Confindustria ha denunciato che no, sfiorano i sei milioni. L’11 luglio è toccato alla Caritas rilanciare quota 4,8. Il 14 luglio l’Istat (l’ente deputato per legge a dare i numeri) ha portato il dato finale a 6,02 milioni. Al di là della “certezza statistica”, e dopo sei anni di crisi, un decimo della popolazione fa fatica a mettere assieme il pranzo con la cena. In un numero doppio rispetto agli indigenti della Grecia. Intanto Tito Boeri su Repubblica ha sentenziato che c’è più di una ragione per “preoccuparsi delle persone che vivono al di sotto di standard di vita decorosi”. Mentre il viceministro per gli Esteri, Lapo Pistelli, ha chiesto all’Europa “un piano contro la povertà”. Secondo l’Istat, il calcolo della povertà assoluta si basa sul “valore monetario di un paniere di beni e servizi indispensabili affinché una famiglia di data ampiezza possa raggiungere un livello di vita socialmente accettabile nel paese”. Cambia in base alla città di residenza e all’abitazione, non per il numero dei componenti della famiglia. Non è un dato assoluto né un dogma, ma il partito della lagna mediatica da 48 ore ha un altro cavallo di battaglia.