La grande occasione di Bersani
Alla riunione della direzione del Partito democratico di sabato prossimo, Pier Luigi Bersani dovrà scegliere, si spera con una certa nettezza, tra le varie alternative possibili per l’iniziativa politica del prossimo triennio. Da una parte vi è l’ipotesi di un forte e autonomo impegno riformista, del tipo di quello proposto, sul tema cruciale della giustizia, da Andrea Orlando sulle pagine del Foglio pochi giorni fa (una proposta che, dopo essere stata criticata soprattutto da Antonio Di Pietro, è stata sottoscritta ieri da 105 deputati del Partito democratico). Leggi 105 deputati del Pd firmano per tenere lontano Di Pietro dal Partito democratico - Leggi Chi è il garantista del Pd che con 5 idee ha messo in subbuglio l’opposizione - Leggi Ecco le cinque proposte del Pd per riformare la giustizia con la maggioranza
6 AGO 20

Alla riunione della direzione del Partito democratico di sabato prossimo, Pier Luigi Bersani dovrà scegliere, si spera con una certa nettezza, tra le varie alternative possibili per l’iniziativa politica del prossimo triennio. Da una parte vi è l’ipotesi di un forte e autonomo impegno riformista, del tipo di quello proposto, sul tema cruciale della giustizia, da Andrea Orlando sulle pagine del Foglio pochi giorni fa (una proposta che, dopo essere stata criticata soprattutto da Antonio Di Pietro, è stata sottoscritta ieri da 105 deputati del Partito democratico). Dall’altra, la prospettiva di un’azione che tenda a raccogliere indiscriminatamente tutte le proteste, perfino quelle scomposte e anarcoidi dei “grillini” invitati da esponenti democratici a partecipare all’azione del partito sulle colonne del Manifesto (“Benvenuti grillini, costola della sinistra”, hanno scritto ieri i deputati del Partito democratico Roberto Della Seta e Francesco Ferrante, sostenendo che nel futuro questa componente politica potrebbe avere per il Pd lo stesso ruolo che ha avuto finora la Lega per il Pdl).
La consapevolezza che l’attuale quadro governativo reggerà con ogni probabilità per l’intera legislatura dovrebbe spingere il Pd a usare il tempo che ha a disposizione per affermare la sua funzione di opposizione costituzionale, capace di elaborare obiettivi di riforma sui quali costruire un confronto di merito con la maggioranza. Tuttavia il mito dell’imminente crollo del supposto castello di carte berlusconiano, puntualmente smentito nei fatti da ormai sedici anni, è assai resistente e mantiene una presa, seppure illusoria, su settori non secondari del partito. Anche Bersani, nei primi commenti sugli esiti elettorali, si era fatto prendere la mano da questa visione edulcorata delle tendenze politiche di fondo. Ora però si tratta di decidere, sapendo che l’esercizio di una autonoma iniziativa riformista implica una distanza e una tensione con la formazione giustizialista, che punta invece ad assumere la guida di un anti berlusconismo pregiudiziale che esclude qualsiasi possibilità di dialogo.
Bersani sa bene che lo stato del partito, al centro come in periferia, è segnato da delusione e confusione, ma anche che nessuno che abbia un minimo di buon senso può pensare seriamente di riaprire la questione della leadership. Ha quindi la forza, anche se creata più che altro da uno stato di necessità, per delineare un percorso politico abbastanza lineare, sul quale poi verificare le possibilità di alleanze, secondo quella che una volta si chiamava vocazione maggioritaria. Oppure può rinunciarvi, forse definitivamente.
La consapevolezza che l’attuale quadro governativo reggerà con ogni probabilità per l’intera legislatura dovrebbe spingere il Pd a usare il tempo che ha a disposizione per affermare la sua funzione di opposizione costituzionale, capace di elaborare obiettivi di riforma sui quali costruire un confronto di merito con la maggioranza. Tuttavia il mito dell’imminente crollo del supposto castello di carte berlusconiano, puntualmente smentito nei fatti da ormai sedici anni, è assai resistente e mantiene una presa, seppure illusoria, su settori non secondari del partito. Anche Bersani, nei primi commenti sugli esiti elettorali, si era fatto prendere la mano da questa visione edulcorata delle tendenze politiche di fondo. Ora però si tratta di decidere, sapendo che l’esercizio di una autonoma iniziativa riformista implica una distanza e una tensione con la formazione giustizialista, che punta invece ad assumere la guida di un anti berlusconismo pregiudiziale che esclude qualsiasi possibilità di dialogo.
Bersani sa bene che lo stato del partito, al centro come in periferia, è segnato da delusione e confusione, ma anche che nessuno che abbia un minimo di buon senso può pensare seriamente di riaprire la questione della leadership. Ha quindi la forza, anche se creata più che altro da uno stato di necessità, per delineare un percorso politico abbastanza lineare, sul quale poi verificare le possibilità di alleanze, secondo quella che una volta si chiamava vocazione maggioritaria. Oppure può rinunciarvi, forse definitivamente.