La Francia e l’idiota del villaggio

Un ministro europeista che tenta di contenere la fuga degli investitori dalla Francia contro un ministro no global che accusa l’Europa di essere “l’idiota del villaggio globale”, minacciando di nazionalizzare i siti industriali in via di ristrutturazione. Pierre Moscovici, il responsabile dell’Economia, e Arnaud Montebourg, il ministro per il Rilancio produttivo, incarnano le contraddizioni della politica economica del presidente francese, François Hollande. Bercy, la sede dei ministeri economici in Francia, è il campo di battaglia tra le due correnti del Partito socialista.
6 AGO 20
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Bruxelles. Un ministro europeista che tenta di contenere la fuga degli investitori dalla Francia contro un ministro no global che accusa l’Europa di essere “l’idiota del villaggio globale”, minacciando di nazionalizzare i siti industriali in via di ristrutturazione. Pierre Moscovici, il responsabile dell’Economia, e Arnaud Montebourg, il ministro per il Rilancio produttivo, incarnano le contraddizioni della politica economica del presidente francese, François Hollande. Bercy, la sede dei ministeri economici in Francia, è il campo di battaglia tra le due correnti del Partito socialista: quella socialdemocratica di Moscovici, che è affiancato dal responsabile del Bilancio Jérôme Cahuzac, e l’ala sinistra di Montebourg, che ha nel ministro per gli Affari sociali, Benoît Hamon, il suo più stretto alleato. Per mediare tra i galletti socialisti nel pollaio più strategico di Francia, Hollande ha scelto una personalità dell’ancien régime sarkozista: il direttore del Tesoro, Ramon Fernandez.
Gli scontri tra Moscovici e Montebourg nei Consigli dei ministri del mercoledì sono di dominio pubblico. Le cronache dei salotti parigini raccontano che nemmeno tra Montebourg e Fernandez corra buon sangue. Il ministro del Rilancio produttivo ha accusato il direttore del Tesoro di essere un liberista al servizio dei poteri forti e dell’Europa. Fernandez ha escluso Montebourg dalle riunioni più importanti e un chiacchierato incontro a metà ottobre non è bastato a trovare un modus vivendi. Anzi. Senza consultare nessuno, Montebourg si è lanciato nella sua campagna di nazionalizzazione del sito siderurgico di Arcelor-Mittal a Florange: di fronte alle critiche della parte più moderata del Ps e alle proteste del Medef (la Confindustria francese), il primo ministro Jean-Marc Ayrault è stato costretto a riprendersi il dossier Arcelor-Mittal, sconfessando il suo ministro: niente nazionalizzazioni, ma un accordo con il colosso dell’acciaio, che Mittal non ha comunque intenzione di rispettare.
Montebourg però insiste: secondo il Monde, avrebbe nuovamente minacciato di nazionalizzare un impianto a rischio chiusura del colosso metallurgico Rio Tinto. Il gabinetto del ministro ha smentito. Ma le nazionalizzazioni come “arma di dissuasione di massa” contro i capitalisti e il loro profitto sono al cuore della dottrina Montebourg, cui Hollande non vuole rinunciare. Dopo aver subìto l’affronto su Mittal, il ministro no global aveva presentato le sue dimissioni al presidente, salvo poi farsi convincere a restare. Abbandonare Montebourg significherebbe sconfessare le promesse di campagna elettorale e, soprattutto, perdere la maggioranza all’Assemblea nazionale. Almeno per ora, Hollande preferisce mediare come se fosse ancora il segretario del Ps più che assumere un ruolo di leadership con un’apertura al centro.