Europei un po’ garruli (e americani in guardia) sulla crisi altalenante

L’avvio del 2013 è all’insegna del grande relax italo-europeo: spread in calo, ieri ha chiuso a 259 punti, mai così bene dal luglio 2011; Borse all’insù, con Milano che ha anche scavalcato i 17.500 punti piazzando una performance del 41 per cento rispetto ai minimi del luglio scorso; euro in rafforzamento sul dollaro a 1,32. A fare notizia ieri è stata in mattinata l’asta dei Bot: per la prima volta dal 2010 l’interesse sui titoli a 12 mesi è tornato sotto all’uno per cento – più di mezzo punto di calo da dicembre, il che induce il Tesoro a sperare per l’asta Btp decennali qualcosa intorno al quattro per cento – seguita dagli ottimi risultati anche della Spagna.
6 AGO 20
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L’avvio del 2013 è all’insegna del grande relax italo-europeo: spread in calo, ieri ha chiuso a 259 punti, mai così bene dal luglio 2011; Borse all’insù, con Milano che ha anche scavalcato i 17.500 punti piazzando una performance del 41 per cento rispetto ai minimi del luglio scorso; euro in rafforzamento sul dollaro a 1,32. A fare notizia ieri è stata in mattinata l’asta dei Bot: per la prima volta dal 2010 l’interesse sui titoli a 12 mesi è tornato sotto all’uno per cento – più di mezzo punto di calo da dicembre, il che induce il Tesoro a sperare per l’asta Btp decennali qualcosa intorno al quattro per cento – seguita dagli ottimi risultati anche della Spagna. In questo clima, dopo il terribile 2012, si susseguono opinioni forse troppo prematuramente ottimistiche: come quella del presidente della commissione Ue, José Manuel Barroso, che in questi giorni va ripetendo che “il tempo delle decisioni d’emergenza dovrebbe essere finito” e “lo scenario apocalittico di una rottura dell’Eurozona non si è avverato”. E come quella del presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, che ha giudicato essere giunto il momento di un sussidio di disoccupazione unico per tutti gli europei. E le risorse per finanziarlo? Sul piano italiano ci sono infine le multiformi promesse dei tre contendenti nella campagna elettorale: da Pier Luigi Bersani (Pd) che intende “ridurre” le tasse sui redditi medio-bassi, alzare l’esenzione dall’Imu fino a 500 euro e allo stesso tempo introdurre la patrimoniale “ma solo sugli immobili di valore catastale oltre 1,5 milioni di euro”; a Silvio Berlusconi (Pdl), che oltre all’abolizione dell’Imu sulla prima casa vuole cancellare tasse e contributi a chi assume i giovani, “in pratica sarà come pagarli in nero”; fino allo stesso Mario Monti che, dopo essere salito in politica all’insegna dell’“Imu non si tocca”, ora ne promette un lifting, aggiungendovi cautamente un ribasso dell’Irpef e il congelamento dell’aumento Iva fissato al primo luglio.
Nel primo pomeriggio, da Francoforte è risuonata però la versione più realista di Mario Draghi che, dopo aver pilotato la decisione unanime della Banca centrale europea, di tenere fermi i tassi, ha spiegato che sì, la ripresa verrà probabilmente a fine anno, ma ha anche sollecitato i governi a varare riforme per la competitività dei rispettivi mercati del lavoro, premendo sui due pedali della fiducia e delle responsabilità della politica. “Al momento – ha detto – rimangono prevalenti i rischi di un peggioramento, mentre sul fronte dell’inflazione è atteso un attenuamento con i prezzi core che dovrebbero scendere sotto il 2 per cento. Per superare davvero la crisi è cruciale che i governi continuino a risanare i conti eliminando i deficit e gli squilibri strutturali. Ma il punto di partenza è molto basso e ci vuole tempo”. Draghi ha escluso un’exit strategy dalle misure straordinarie di sostegno all’euro “perché non è ancora il momento”.
E anche vista dall’America la situazione europea non sembra così rosea. Né tanto meno il pericolo alle spalle. Già il liberi tutti di Barroso non era piaciuto agli analisti americani. “Semplicemente, lui non è nella posizione giusta per fare simili previsioni”, aveva commentato Neil Mellor, esperto della Bank of New York. “Il 2013 sarà per esempio più difficile per la Germania, e quindi come si può affermare che la crisi è superata?”. Ma è il Wall Street Journal, con l’editoriale sull’Europa pubblicato ieri, a sollevare i dubbi maggiori sul grande relax, cogliendo un aspetto rimasto finora in ombra: l’insostenibilità del welfare state del Vecchio continente, che il Wall Street Journal preconizza “in bancarotta”. Il quotidiano edito da Rupert Murdoch va a scoprire uno degli altarini più gelosamente custoditi dell’Europa: lo stato sociale, appunto. Andando controcorrente rispetto al keynesismo di altri osservatori, a cominciare dai premi Nobel Paul Krugman e Joseph Stiglitz, il Wsj boccia la teoria che disoccupazione e perdita di competitività europea siano tutta colpa del rigore merkeliano. “La storia vera è peggiore”, scrive il quotidiano, identificandola nel “modello sociale che per anni è stato un vanto dell’Europa, e per decadi è entrato in conflitto con la generazione della crescita e dei posti di lavoro. Prima dell’euro i governi hanno mascherato il problema con una combinazione di deficit-spending e svalutazione. Il denaro preso in prestito aiutava a pagare i sussidi a chi restava fuori da un mercato del lavoro reso rigido dalle leggi e dalla stagnazione; la svalutazione delle singole monete avrebbe aiutato a restituire il debito con tassi d’interesse drogati”. Implacabile, il Wsj prosegue: “L’euro ha chiuso questa valvola”.
“I politici non hanno ascoltato finché la Grecia ha fermato la musica nel 2009. La Germania è stata un’eccezione ragguardevole realizzando riforme fiscali, del lavoro e del welfare nei primi anni dell’euro. Quanto agli altri, è un luogo comune dire che non possono più permettersi la politica dei debiti e della spesa, è più vicino al vero che non potrebbero neppure provarci. E questo è l’attuale e costante pericolo dell’Europa. L’Eurozona può godersi un po’ di sollievo. Ma l’evidenza mostra quanto sia effimero”. Poi un riferimento a Draghi e alla Bce che “ha curato i sintomi, non la causa, e a meno che non si introducano davvero leggi flessibili del mercato del lavoro, la riduzione della presenza dello stato e tasse più basse, la crisi tornerà sotto forma di tensioni sociali, populismo e generazioni di giovani europei che non sapranno dove procurarsi un buon lavoro”.
“Trovo che ci sia qualcosa di eroico, quasi sublime, nell’ostinazione antieuropea del Wall Street Journal”, dice però al Foglio Federico Rampini, corrispondente dagli Stati Uniti e firma di Repubblica. Autore del saggio “Non ci possiamo permettere uno stato sociale? Falso!” (Laterza), che difende il modello di welfare europeo, Rampini parte da posizioni opposte a quelle del “quotidiano di riferimento della destra ultraliberista americana”: “Se davvero l’alta spesa pubblica, in particolare quella sociale, fosse una minaccia per la forza di una moneta, non si capirebbe perché la Germania, che ha uno dei welfare più generosi del mondo, sia sempre stata un bastione di solidità della moneta sia quando aveva il marco tedesco sia l’euro”. Per questo, aggiunge, “non c’è la minima evidenza empirica che un paese con alto livello di prestazioni sociali debba essere un paese sfiduciato dai mercati: l’esempio tedesco è la confutazione di queste leggende”. Quando Rampini parla di modello di welfare si riferisce a “quell’Europa germanica” che va dall’Austria ai paesi scandinavi e ha come tratto comune “la forza, l’estensione e la generosità dello stato sociale”.
Talmente generoso – è la critica del Wsj – che aumenta la spesa pubblica e di conseguenza frena la crescita. Rampini risponde che il welfare può pesare sulla crescita solo quando è male distribuito: “L’ostacolo – fa notare – non è il livello della spesa sociale, ma la sua composizione, tema che si riassume nella domanda: quanto vogliamo spendere per le pensioni e quanto per la scuola? E’ un problema di equità intergenerazionale per cui la politica deve fare il suo mestiere”. Basta tenere come riferimento i paesi scandinavi dove “la spesa sociale è altissima, più che in America, ma in cui l’istruzione è tenuta molto in considerazione. Un approccio che paga, viste le classifiche sull’educazione”, dice Rampini. Se al momento non si cresce, ragiona il giornalista, non è perché si spende ma piuttosto perché non lo si può più fare a causa delle politiche d’austerity. Ed è un “paradosso”, conclude Rampini puntando il dito contro Berlino, che in questi ultimi anni “il più virtuoso dei paesi, anche dal punto di vista della spesa sociale, e cioè la Germania, ci abbia costretto con l’austerità ad allontanarci dal suo modello, anziché avvicinarci”.