Divorzio breve, obiezione, fecondazione

Ieri la Camera ha rimandato a giugno la votazione sul “divorzio breve”, con il quale si ridurrebbe a un anno il tempo di separazione necessario per lo scioglimento consensuale del matrimonio. E ha rimandato anche la votazione delle mozioni sull’obiezione di coscienza per il personale sanitario. Si tratta, in questo caso, di dare seguito alla risoluzione con cui il Consiglio d’Europa, dal 2010, invita i singoli stati a sviluppare normative per definire e regolamentare l’obiezione di coscienza.
6 AGO 20
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Ieri la Camera ha rimandato a giugno la votazione sul “divorzio breve”, con il quale si ridurrebbe a un anno il tempo di separazione necessario per lo scioglimento consensuale del matrimonio. E ha rimandato anche la votazione delle mozioni sull’obiezione di coscienza per il personale sanitario. Si tratta, in questo caso, di dare seguito alla risoluzione con cui il Consiglio d’Europa, dal 2010, invita i singoli stati a sviluppare normative per definire e regolamentare l’obiezione di coscienza a partire dalla garanzia “che nessuna persona, ospedale o istituzione sarà costretta, ritenuta responsabile o discriminata in alcun modo a causa di un rifiuto di eseguire, accogliere, assistere o sottoporre un paziente a un aborto o eutanasia o qualsiasi altro atto che potrebbe causare la morte di un feto o embrione umano, per qualsiasi motivo” (articolo 1 della risoluzione). Il diritto all’obiezione dovrebbe essere riconosciuto senza problemi, invece è soggetto a distinguo e limitazioni che rischiano di trasformarlo in lettera morta.

I temi eticamente sensibili, insomma, non vanno in vacanza per via della crisi. E, a ben vedere, un filo rosso lega il divorzio breve all’apparentemente lontano tema della fecondazione eterologa, sulla incostituzionalità del cui divieto (contenuto nella legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita) proprio oggi la Consulta è chiamata a decidere. In modo diverso ma convergente, matrimonio volatile e attacco ai limiti (e alle garanzie) in tema di fecondazione artificiale, lavorano per la precarietà della famiglia e per l’incertezza dei diritti del singolo. Pensiamo alla frammentazione della figura materna e di quella paterna nell’eterologa. Ogni nato ha almeno tre genitori, se non quattro: accade nelle “fabbriche di bambini” (chiamate così, senza ironia) di Barcellona, celebrate ieri da Repubblica (a proposito: come mai, nella vasta memorialistica della provetta, non c’è mai modo di ascoltare le donne che sono pagate per rovinarsi la salute vendendo a quattro soldi i loro ovociti, a maggior gloria dei “fiocchi rosa e azzurri” ma soprattutto dei bilanci d’oro di certe cliniche?).