Avevano una banca
Così Obama abbandona la “sua” Jp Morgan nel fuoco delle inchieste
New York. Nel canovaccio della crisi finanziaria Jp Morgan recitava la parte della banca d’affari virtuosa, quella che tiene la barra dritta mentre tutti vanno alla deriva e abilmente schiva gli scogli aguzzi dell’odio popolare e dell’isolamento politico. Il ceo, Jamie Dimon, è l’unico dei grandi banchieri a essere stato invitato a Davos e negli alti salotti dell’economia globale anche quando i suoi colleghi erano relegati se non all’inferno, almeno in un qualche angolo del purgatorio. Proprio nella cittadina svizzera Dimon ha dato, a gennaio, l’ultimo ritocco a una reputazione appena stropicciata, facendo leva sulla decisione di dimezzarsi lo stipendio del 2012.
6 AGO 20

New York. Nel canovaccio della crisi finanziaria Jp Morgan recitava la parte della banca d’affari virtuosa, quella che tiene la barra dritta mentre tutti vanno alla deriva e abilmente schiva gli scogli aguzzi dell’odio popolare e dell’isolamento politico. Il ceo, Jamie Dimon, è l’unico dei grandi banchieri a essere stato invitato a Davos e negli alti salotti dell’economia globale anche quando i suoi colleghi erano relegati se non all’inferno, almeno in un qualche angolo del purgatorio. Proprio nella cittadina svizzera Dimon ha dato, a gennaio, l’ultimo ritocco a una reputazione appena stropicciata, facendo leva sulla decisione di dimezzarsi lo stipendio del 2012: “Stiamo facendo la cosa giusta. Molte cattive abitudini degli anni passati sono state abbandonate. I regolatori stanno facendo troppo e troppo in fretta, la stampa ci attacca. C’è un sacco di disinformazione riguardo a quello che stiamo facendo per sistemare le cose. Abbiamo raddoppiato il capitale, aiutiamo i clienti a raccogliere denaro per importanti progetti sociali in scuole e ospedali”. Per molti colleghi di Dimon la leva filantropica non è stata sufficiente per salvarsi. Sono stati spinti fuori dalla scena pubblica e hanno organizzato riabilitazioni sotterranee (e redditizie). Altri si sono eclissati quasi senza lasciare traccia; la testa di Dimon è rimasta sempre sopra il pelo dell’acqua. Questione di abilità, certo. Ma anche merito di protezioni politiche che non sono mai venute meno.
Quando, un anno fa, Jp Morgan ha annunciato perdite per 2 miliardi di dollari – poi diventati oltre 6 nel caso della “London Whale” – in seguito a decisioni “viziate, complesse, poco controllate ed eseguite male”, Barack Obama ha detto che “Jp Morgan è una delle banche gestite meglio. Jamie Dimon è uno dei migliori banchieri che abbiamo, e ha perso comunque 2 miliardi”. Indagheremo, ha promesso il presidente. Adesso è arrivato il momento delle conseguenze per la banca più ricca e coccolata di Wall Street, al centro di un fuoco incrociato di indagini da parte di otto diverse agenzie federali.
Quando, un anno fa, Jp Morgan ha annunciato perdite per 2 miliardi di dollari – poi diventati oltre 6 nel caso della “London Whale” – in seguito a decisioni “viziate, complesse, poco controllate ed eseguite male”, Barack Obama ha detto che “Jp Morgan è una delle banche gestite meglio. Jamie Dimon è uno dei migliori banchieri che abbiamo, e ha perso comunque 2 miliardi”. Indagheremo, ha promesso il presidente. Adesso è arrivato il momento delle conseguenze per la banca più ricca e coccolata di Wall Street, al centro di un fuoco incrociato di indagini da parte di otto diverse agenzie federali.
Fra le piste c’è ne una che porta a Bernard Madoff passando per i meandri del suo “schema Ponzi”. Secondo una ricostruzione del New York Times, che cita fonti delle procure che stanno indagando Jp Morgan, i manager non hanno adeguatamente avvertito le autorità sui dettagli della mega truffa finanziaria che è costata a Madoff una condanna a 150 anni di prigione. L’ombra della complicità con Madoff si allunga su un intreccio di inchieste che nelle prossime settimane porteranno a nuovi interrogatori. L’Fbi sta cercando di capire se i funzionari della banca d’affari hanno nascosto o minimizzato, agli occhi degli investitori, i rischi di certe operazioni finanziarie borderline, la Sec – l’autorità di controllo della Borsa – ha gli occhi puntati su Jp Morgan, così come la Federal Deposit Insurance Corporation e la Commodity Futures Trading Commission. La procura di New York ha aperto un fascicolo sulle potenziali truffe ordite da Dimon. Una delle accuse principali riguarda la gestione opaca dei risarcimenti per i clienti che si sono visti pignorare gli immobili dopo essere stati tenuti all’oscuro dei reali rischi. La banca ammette soltanto di avere commesso qualche errore nel rapporto con le agenzie che controllano Wall Street: “Abbiamo capito e ci stiamo occupando dei problemi”, dice Joe Evangelisti, portavoce della banca. Ma dai fascicoli spunta una versione dei fatti meno lineare, una guerra aperta fra Dimon e le agenzie che finora avevano trattato la banca con relativa delicatezza, preservando la salute finanziaria di Jp Morgan. In un report della commissione del Senato sulle indagini si legge che Dimon nell’estate del 2011 si è rifiutato di mostrare alcuni bilanci alle agenzie federali e lo stesso ceo ha aizzato i suoi manager contro gli inquirenti.
Il clima di sospettosa collaborazione si è rotto e a Wall Street ora non c’è banca più a rischio di Jp Morgan, l’istituto che sbandierava le proprie virtù durante il crepuscolo degli dèi finanziari nel tentativo di ricollocarsi lontano dalle macerie; la stessa banca che ha ricevuto qualche giorno fa il premio dalla rivista IR Magazine per la “migliore gestione della crisi”. La tensione fra il management e gli investigatori è inversamente proporzionale all’influenza di Dimon a Washington. Lo scudo politico del banchiere ha molte crepe e in questa fase della guerra, fatta di affronti espliciti contro i poliziotti della regolamentazione federale, l’antico alleato Obama non è più disposto a fare ragionamenti del tipo “tutte le banche hanno qualche colpa sulla coscienza, ma Jp Morgan è tutto sommato meglio delle altre”. E dire che il presidente aveva scelto proprio la banca di Dimon per depositare i suoi asset personali.