Capitali (davvero) coraggiosi cercansi

Ancora una volta le grandi famiglie dell’auto europea sono a un bivio. I Peugeot, a Parigi, stanno per lasciare spazio a un’inedita alleanza tra mano pubblica francese e la cinese DongFeng, espressione del capitalismo di stato di Pechino. A Torino, gli Agnelli stanno riflettendo su un passaggio storico, non solo per loro: completare, anche a costo di sacrifici, l’acquisizione di tutta la Chrysler. Oppure prendere atto che l’operazione, per ora, rischia di essere troppo ambiziosa, sia per gli Agnelli sia per l’Italia (che sul mercato internazionale vagheggia di attirare gli investitori esteri, salvo respingerli quando si palesano).
6 AGO 20
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Ancora una volta le grandi famiglie dell’auto europea sono a un bivio. I Peugeot, a Parigi, stanno per lasciare spazio a un’inedita alleanza tra mano pubblica francese e la cinese DongFeng, espressione del capitalismo di stato di Pechino. A Torino, gli Agnelli stanno riflettendo su un passaggio storico, non solo per loro: completare, anche a costo di sacrifici, l’acquisizione di tutta la Chrysler. Oppure prendere atto che l’operazione, per ora, rischia di essere troppo ambiziosa, sia per gli Agnelli sia per l’Italia (che sul mercato internazionale vagheggia di attirare gli investitori esteri, salvo respingerli quando si palesano). Insomma, vendere il vendibile o cercare di giustificare operazioni ingiustificabili, come il soccorso di Alitalia. In questa cornice, la partita Chrysler assume un valore simbolico importante per l’industria italiana.
Anche per il coraggio dimostrato dall’ad Sergio Marchionne nella sfida con quel formidabile blocco politico-sindacal-giudiziario che in questi anni ha visto come fumo negli occhi l’opposizione della Fiat alla concertazione. Certo, la partita Chrysler si sta rivelando più ostica del previsto: il giudice del Delaware, chiamato a fissare un prezzo, si è sfilato fissando al 29 settembre del 2014 l’inizio dell’eventuale processo. Ogni giorno che passa, salgono le pretese di Bob King, il leader delle tute blu di Detroit, che, come riferisce un report di Banca Imi, ormai valuta in 5 miliardi di dollari “la soglia minima sotto la quale Veba non è interessata a vendere la sua quota”, molto di più di quanto finora non abbia offerto Marchionne. In caso di mancato accordo, si andrà alla quotazione di Chrysler a Wall Street, circostanza che obbligherà Marchionne a rivedere al ribasso i suoi programmi per un grande gruppo globale che richiede una massa critica, industriale e finanziaria, che solo il matrimonio Torino-Detroit può garantire. Sarebbe una brutta notizia per un paese dove i capitani ex coraggiosi di Alitalia invocano “la politica industriale”, cioè l’aiuto pubblico per salvare la compagnia dalla bancarotta. Per questo è importante che gli azionisti di Fiat, a partire dalla famiglia Agnelli, dimostrino, anche con un aumento di capitale (se necessario), di non tirarsi indietro di fronte alle sfide che contano, magari senza chiedere l’aiuto delle Poste. L’Italia ha un drammatico bisogno di capitani coraggiosi, senza tessera né francobolli.