Banche aiutate da Letta (ma non troppo) chiedono soccorso
Con tutta probabilità il governo sarà nuovamente messo sotto pressione da parte del settore bancario. Con la Legge di stabilità appena approvata l’esecutivo ha solo in parte aggiustato gli squilibri che gravano sulle banche italiane inserendo nel testo la possibilità di dedurre le perdite sui crediti in cinque anni e non più in diciotto. L’Associazione bancaria italiana (Abi) ha quindi ottenuto solo in parte quanto chiesto per settimane all’esecutivo, e cioè “la parità di trattamento rispetto agli altri concorrenti europei”, come detto dal presidente Antonio Patuelli, dal momento che gli istituti francesi, ad esempio, possono dedurre svalutazioni e perdite nel giro di un anno, e sistemare così più rapidamente i loro bilanci.
6 AGO 20

Con tutta probabilità il governo sarà nuovamente messo sotto pressione da parte del settore bancario. Con la Legge di stabilità appena approvata l’esecutivo ha solo in parte aggiustato gli squilibri che gravano sulle banche italiane inserendo nel testo la possibilità di dedurre le perdite sui crediti in cinque anni e non più in diciotto. L’Associazione bancaria italiana (Abi) ha quindi ottenuto solo in parte quanto chiesto per settimane all’esecutivo, e cioè “la parità di trattamento rispetto agli altri concorrenti europei”, come detto dal presidente Antonio Patuelli, dal momento che gli istituti francesi, ad esempio, possono dedurre svalutazioni e perdite nel giro di un anno, e sistemare così più rapidamente i loro bilanci. Forse i banchieri si aspettavano qualche spinta in più da parte del ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, un ex dirigente di Banca d’Italia e perciò sensibile alle esigenze delle banche.
Mancata l’occasione di raggiungere l’obiettivo massimo, le banche meditano la richiesta di un intervento straordinario dello stato al fine di tornare a prestare a imprese e famiglie. Secondo quanto riportato dal Fatto quotidiano, in un incontro riservato, il capo di Unicredit, Federico Ghizzoni, il suo vice, Roberto Nicastro, la direttrice di Confindustria, Marcella Pannucci, e Gianni Letta, ambasciatore del potere economico con Silvio Berlusconi e zio del presidente del Consiglio, Enrico Letta, hanno discusso un piano, già noto, per chiedere garanzie statali per 50 miliardi di euro sui prestiti per mitigare il rischio di fare credito e “liberare” 100-140 miliardi di risorse (cifra pari alle sofferenze in pancia agli istituti). Al di là delle varie richieste, il settore bancario resta in “difficili condizioni”, secondo Moody’s pronunciatasi all’indomani della Legge di stabilità. Secondo l’agenzia di rating, la “fragile crescita economica ha aumentato i problemi di concessione del credito e indebolito i profitti” e quindi “la qualità degli asset delle banche continuerà a deteriorarsi”.
Un problema, quello della scarsa crescita in relazione al credito, evidenziato ieri anche dall’agenzia di rating Fitch e dal Fondo monetario internazionale in un recente rapporto sull’Italia: in uno scenario di “bassa crescita” (0,3-0,7 per cento del pil) il rischio è che 11-15 istituti vedano finire i loro requisiti patrimoniali sotto i minimi richiesti dai regolatori europei. Per questo motivo, alcuni osservatori, si aspettano che il mercato creditizio rimarrà congelato, con le banche riluttanti a prestare denaro, almeno finché la Banca centrale europea non delineerà i criteri per la revisione della qualità dei prodotti messi a bilancio (la cosiddetta asset quality review), un’analisi condotta sulla base degli stress test dell’Associazione bancaria europea (Eba) dell’anno prossimo; prova che non preoccupa Saccomanni (“nulla da temere”, ha detto ieri). Secondo altri osservatori consultati dal Foglio, resta pendente la necessità di una riorganizzazione del sistema attraverso fusioni e acquisizioni tra medi istituti (i “più provati”, secondo il Fmi), unita alla pulizia dei bilanci tramite la cartolarizzazione dei crediti in sofferenza, arrivati a un nuovo record storico, per poi venderli sul mercato; purché sia un’operazione oculata per non fomentare quegli eccessi dimostratisi fatali nel caso della Lehman Brothers.
L’ipotesi di una “bad bank” dove fare confluire i crediti dubbi resta sullo sfondo, alcuni istituti cooperativi si stanno organizzando in autonomia, ma non c’è l’imprimatur dell’Abi. Infine, sono fonti sindacali a chiedere un approccio meno conservativo ai manager bancari affinché si concentrino sul settore manifatturiero per stimolare la ripresa del pil anziché sulle operazioni finanziarie, come quelle in titoli derivati, che negli anni passati (con i rischi del caso) hanno contribuito a rimpinguare gli utili.