Addio Lingotto
Al direttore - Dire la verità sull’Italia, dire la verità sul partito, a questo deve servire il prossimo congresso del Pd. C’è un deficit di credibilità, di leadership, di politica. Potrei dire che il Pd ha bisogno di un nuovo inizio e che la strada percorsa fino a ora è stata in realtà un inefficace girare in tondo. di Francesco Boccia, deputato del Pd
6 AGO 20

Al direttore - Dire la verità sull’Italia, dire la verità sul partito, a questo deve servire il prossimo congresso del Pd. C’è un deficit di credibilità, di leadership, di politica. Potrei dire che il Pd ha bisogno di un nuovo inizio e che la strada percorsa fino a ora è stata in realtà un inefficace girare in tondo. Ma a ben riflettere se c’è una parola vecchia del lessico politico di questi anni, una parola esaurita, incapace di evocare alcunché di forte e di vero, una parola insomma di cui non se ne può più, ecco, questa è la parola “nuovo”. In nome del nuovo, del nuovo inizio, del nuovo conio, della nuova stagione è stato detto e fatto tutto e il contrario di tutto. In realtà siamo rimasti fermi, ci siamo illusi di entrare in una storia nuova, ma la storia andava avanti e noi rimanevamo nelle vecchie trincee. Per questo non abbiamo bisogno di un nuovo inizio ma di un vero inizio. Il partito che ha visto la luce a ottobre è stata una finzione. Un abbaglio. Un’illusione ottica. La verità è che si è cominciato da subito a smantellare l’unico vero percorribile progetto riformista in campo. Quello guidato pur con evidenti limiti e difficoltà da Romano Prodi. Le prime mosse del Pd dopo l’ottobre 2007 cominciano con una diserzione.
Il Pd doveva essere il baricentro della coalizione, doveva dimostrare capacità di attrazione di mediazione, di sintesi; ne è stato invece il deflagratore. Un partito chiamato all’egemonia si è dimostrato incapace di egemonia. Tutto questo espresso da una leadership ispirata dal tatticismo più che da un vero e proprio progetto. E’ ora di dire come sono andate le cose, senza remore e senza opportunismi: al Lingotto non è nata la speranza di una nuova Italia, al Lingotto si è seppellito l’unico tentativo possibile di costruzione di una egemonia riformista nel nostro paese. Per questo motivo, in quel momento storico non ho seguito il blocco dell’unanimismo intorno alla proposta Veltroni. Per questo la generosità politica di Enrico Letta e Rosy Bindi in quella fase storica, riletta oggi assume un grande significato politico. Nel mese di novembre del 2007, il mese dei morti, è stato fatto risuscitare un Berlusconi allo sbando, al declino, allora sì veramente finito. Fu fatto resuscitare per pavidità, per debolezza, inseguendo impossibili nuove leggi elettorali per essere poi, di fatto e per l’ennesima volta, illusi giocati, raggirati. Con Berlusconi non ci si accorda: si batte e basta su un’idea diversa di società e di paese. Questa è la prima verità da cui dobbiamo ripartire. Questo è il lascito politico e morale dell’Ulivo e di Romano Prodi. Bisogna partire da queste verità per capire gli errori, e tanti, e continui, che sono stati fatti in meno di due anni e provare a ridare senso e slancio ad un progetto politico nato come sogno ulivista e durato 15 anni. Un sogno di milioni e milioni di persone, trasformatosi via via in un qualcosa di imbarazzante, da evitare di cui vergognarsi. Al prossimo segretario politico del Pd non si chiede quindi di seguire Berlusconi sul suo campo, facendosi figlio di un berlusconismo minore. Al prossimo segretario si chiede di mettere in campo un progetto, un’alternativa di società veramente capace di creare senso comunne, come oramai solo Berlusconi è stato in grado di fare. Una società che garantisca diritti a tutti, a partire da chi in questo momento è privo del diritto elementare di vivere in sicurezza lontano da guerre e persecuzioni.
Ma i nostri militanti ci chiedono anche altro. Ci chiedono di rompere quella cappa di ipocrisia sul conflitto di interessi che coinvolge anche molti amministratori locali del Pd. E’ necessario ricucire il filo tra etica e politica, affinchè la trasparenza non sia solo predicata ma praticata. Solo così la nostra politica sarà sì anti-berlusconiana, ma perché radicalmente differente nei fatti e nei metodi. Sono tanti i nodi irrisolti che questa nuova stagione si porta appresso. Sulla laicità dello stato siamo stati tiepidi, se non silenti ma il Pd deve partire dal naturale riconoscimento dei credi religiosi anche sul piano pubblico per arrivare a riconoscere la neutralità etica dello Stato. Nel rapporto con le organizzazioni di rappresentanza, sia datoriali che dei lavoratori, non abbiamo ancora deciso se vogliamo continuare con il vecchio collateralismo o affermare finalmente l’autonomia della politica da quelle organizzazioni.
A loro è demandata la rappresentazione degli interessi particolari, a noi la risoluzione dei conflitti che questi diversi interessi causano. Negli ultimi 20 anni la politica è stata subalterna all’economia. Un partito che ritorna ad essere il baricentro di un campo di forze riformatrici, non può che ritrovare il dialogo con l’Italia della manifattura, l’Italia che produce, l’Italia che trasforma e farla uscire dal pantano nel quale oggi si trova. Oggi l’Italia delle veline è alleata con l’Italia degli operai, della piccola e media impresa, l’Italia che rischia, investe, innova. Il Pd deve riuscire a rompere questa alleanza dimostrando che è un’alleanza che non ci porta da nessuna parte, anzi che ci porta solo al declino. Esiste poi un ultimo spazio di subalternità al berlusconismo. La nuova stagione ha fatto di questo partito uno strumento a disposizione del leader e di un pezzo di nomenclatura romana, abbandonando segretari provinciali e circoli territoriali, salvo poi chiamarli a Roma nel ruolo di supporter. E allora perché non destinare il 50 per cento del finanziamento che lo stato concede al partito alle strutture territoriali periferiche? Di carne sul fuoco ce n’è parecchia per una competizione che potrebbe essere questa volta finalmente vera.
di Francesco Boccia, deputato del Pd