Un plebiscito sulla riforma costituzionale

La differenza tra Obama e Berlusconi è che il presidente americano può agire con maggiore autonomia, mentre per il premier italiano ogni cosa è legata al consenso che deve strappare di volta in volta alla Lega, a Fini, al presidente della Repubblica, ai giornali… e questo naturalmente limita molto la sua capacità di azione. di Ernesto Galli della Loggia
5 AGO 20
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La differenza tra Obama e Berlusconi è che il presidente americano può agire con maggiore autonomia, mentre per il premier italiano ogni cosa è legata al consenso che deve strappare di volta in volta alla Lega, a Fini, al presidente della Repubblica, ai giornali… e questo naturalmente limita molto la sua capacità di azione. Da osservatore, non come consiglio ma come pura analisi non partecipata, penso che per provare a risollevarsi dovrebbe riunire una commissione di sua fiducia, di grande valore e immagine, fatta cioè di persone libere e autorevoli e non di camerieri, e a queste persone deve chiedere di riscrivere la seconda parte della Costituzione.

Su quello, poi, deve andare alle elezioni anticipate. Non è un mistero: la carta vincente berlusconiana è notoriamente quella elettorale. Personalmente potrei addirittura temere un esito che portasse Silvio Berlusconi alla presidenza della Repubblica, ma se la domanda è “la cosa giusta da fare per lui”, allora la cosa che lui sa fare meglio è vincere le elezioni. Stavolta su un programma preciso: la riforma della Costituzione. E poi gli direi di ricordarsi di essere italiano, e di parlare agli italiani del loro paese, dando una prospettiva che può partire proprio da quella riforma.

Ora Berlusconi è paralizzato, non riesce a portare in Parlamento nemmeno una legge come lui la vorrebbe. Invece la vittoria elettorale è solo sua, nessuno gliela può togliere. In fondo è l’uomo del plebiscito, dell’appello al popolo. Non penso che questo scenario sarebbe il migliore per l’Italia, ma certamente è ciò che sarebbe meglio per lui. Inoltre, aggiungerei di non fidarsi del suo fiuto per le liste elettorali, ma di raccogliere opinioni disinteressate su chi candidare nelle liste.

di Ernesto Galli della Loggia - storico ed editorialista del Corriere della Sera, è ordinario di Storia contemporanea presso l’Istituto Italiano di Scienze Umane