Sul dossier banche la puritana Berlino è molto poco rigorosa

I mercati ieri hanno rifiatato, in trepidante attesa per l’operazione straordinaria di rifinanziamento a tre anni per le banche che sarà avviata oggi dalla Banca centrale europea (Bce). Le Borse europee hanno chiuso in forte rialzo (Milano a più 2,9 per cento), anche sulla scia di un’asta del debito spagnolo andata meglio del previsto e di dati positivi sulle costruzioni abitative degli Stati Uniti.
5 AGO 20
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I mercati ieri hanno rifiatato, in trepidante attesa per l’operazione straordinaria di rifinanziamento a tre anni per le banche che sarà avviata oggi dalla Banca centrale europea (Bce). Le Borse europee hanno chiuso in forte rialzo (Milano a più 2,9 per cento), anche sulla scia di un’asta del debito spagnolo andata meglio del previsto e di dati positivi sulle costruzioni abitative degli Stati Uniti. Ma nonostante la boccata d’ossigeno per i titoli degli istituti di credito, rimane incerto anche il futuro del settore bancario tedesco, anello debole della locomotiva d’Europa. Dopo che l’Eba, l’Autorità di vigilanza bancaria europea, ha rivisto i criteri di ricapitalizzazione delle banche, in Germania regnano panico e irritazione.
Non è probabilmente un caso che la parola teutonica dell’anno sia “stresstest”. Nel complesso sono infatti ben sei su tredici le banche tedesche che si dovranno allineare entro la metà del 2012 a un livello di capitale primario (Core Tier 1) del 9 per cento, come richiesto dall’Eba, per un totale di circa 13 miliardi di euro. Tra queste, oltre alla banca cooperativa DZ Bank e agli istituti controllati dai Länder Helaba, West LB e Nord LB, vi sono anche i due principali colossi del paese, Deutsche Bank e Commerzbank. Le preoccupazioni si concentrano in particolare su quest’ultima che, nel corso della crisi finanziaria del 2009, è stata già parzialmente nazionalizzata. Stando alle indicazioni della vigilanza europea, Commerz avrebbe ora bisogno di un’iniezione di oltre 5 miliardi euro. Date le difficoltà a recuperare il denaro sul mercato, l’esecutivo cristiano-liberale ha dato il via libera la scorsa settimana al disegno di legge per la riattivazione del fondo di stabilizzazione bancaria (SoFFin). La bozza non contiene disposizioni esplicite per la ricapitalizzazione forzata degli istituti, ma garantisce comunque la possibilità che sia la BaFin, l’equivalente della nostra Consob, a mettere il veto sui piani di ricapitalizzazione, eventualmente imponendo il ricorso all’aiuto di stato da parte degli istituti. Quattrocento sono i miliardi di garanzie messi a disposizione dal SoFFin. L’interventismo statale, nella rigorosa Berlino, è insomma tutt’altro che bandito.
Alle cosiddette bad bank, società di scopo volte a ripulire gli istituti da crediti anomali, potranno d’ora in poi essere trasferiti non soltanto titoli tossici, ma anche bond governativi. Secondo la stampa tedesca, Commerzbank starebbe attualmente trattando con il governo federale la vendita della controllata Eurohypo al SoFFin in modo da ridurre il fabbisogno di capitale. Il nodo sta nella struttura dell’operazione. Gli aiuti di stato a Commerzbank di due anni fa erano infatti legati a una condizione posta dalla Commissione europea: il gruppo bancario si sarebbe dovuto liberare di Eurohypo entro il 2014. L’attuale ad, Martin Blessing, aveva espressamente legato il suo destino al rifiuto di nuovi aiuti pubblici. Stando al settimanale WirtschaftsWoche, “Blessing tenterà quindi di vendere il salvataggio come un’operazione di mercato se il prezzo d’acquisto per lo stato fosse ancora relativamente alto. Il problema è che, in quanto insider, è lui l’unico a sapere quale sia il prezzo giusto”.
Ma pericoli per i contribuenti provengono anche dalle famigerate Landesbanken, casseforti dei governi regionali. Come ha scritto Handelsblatt il 5 dicembre scorso, “per anni le Landesbanken non hanno dovuto trovarsi un valido modello di business. Approfittavano di un top rating che era da ascrivere alla natura dei loro proprietari”. Poi arrivò Mario Monti il quale, da commissario Ue alla Concorrenza, allentò il peso delle garanzie pubbliche. Non del tutto però, come ricordato ieri da Guido Salerno Aletta su MF/Milano Finanza, ma conservando un’ulteriore forma di sostegno (anomalo) agli istituti tedeschi. Il sostegno finanziario da parte dei governi locali non è, infatti, venuto meno, ma sono stati soltanto sanciti l’abolizione della responsabilità illimitata a carico degli enti territoriali e l’assoggettamento delle banche alla disciplina tedesca sul fallimento. In sostanza, quindi, la proprietà statale degli istituti ha continuato a esercitare una sorta di garanzia implicita sulle attività bancarie. Talmente forte che le stesse banche locali hanno per anni investito anche in “titoli tossici”. Non a caso, come ricordato in passato dall’economista Francesco Giavazzi, “la prima istituzione al mondo a diventare insolvente e a dover essere salvata non fu una banca americana, ma la Landesbank della Sassonia”.