Simboli sbagliati
Ieri il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, ha ribadito che “non si può tergiversare” sulla riforma del lavoro. Fornero è tornata anche sulle linee direttrici, decisamente condivisibili, che dovrà seguire questo cambiamento: sfatare “l’illusione” del posto fisso e “spalmare” più tutele su tutti, offrire alle imprese una maggiore flessibilità in uscita per motivi di riorganizzazione e garantire che i licenziati trovino in tempi ragionevoli una nuova occupazione.
5 AGO 20

Ieri il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, ha ribadito che “non si può tergiversare” sulla riforma del lavoro. Fornero è tornata anche sulle linee direttrici, decisamente condivisibili, che dovrà seguire questo cambiamento: sfatare “l’illusione” del posto fisso e “spalmare” più tutele su tutti, offrire alle imprese una maggiore flessibilità in uscita per motivi di riorganizzazione e garantire che i licenziati trovino in tempi ragionevoli una nuova occupazione. Sarà dunque inevitabile, anche se il ministro ieri questo non l’ha ripetuto per non aizzare le ennesime polemiche, mettere mano all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che sostanzialmente impedisce i licenziamenti individuali e prescrive il reintegro sul posto di lavoro (invece dell’indennizzo monetario come vale nel resto dell’Europa). D’altronde l’attuale configurazione italiana delle leggi su assunzioni e licenziamenti è profondamente iniqua, oltre che inefficiente. Potrà andare bene a Confindustria e triplice sindacale, ma è un dato di fatto che la richiesta di flessibilità – che comunque resta – è sempre più scaricata in maniera esclusiva sulle spalle di giovani che entrano nel mercato del lavoro attraverso contratti con pochissime garanzie. Con annessi problemi di giustizia sociale, certo, ma anche di produttività stagnante.
Una vittoria Fornero l’ha però già ottenuta. In questo fine settimana, infatti, leader sindacali come Raffaele Bonanni (Cisl) e Luigi Angeletti (Uil) hanno ammesso che l’articolo 18 così com’è non va bene, o meglio va bene soltanto come simbolo ad alta intensità ideologica. Bonanni si dice contrario all’abolizione dell’articolo 18, ma poi al Sole 24 Ore ha spiegato: “Tiriamo fuori dall’area dell’articolo 18 questioni come i licenziamenti economici, nella parte che si presta a distorsioni in caso di ricorso alle vie giudiziarie”. Stesso discorso per Angeletti, che pure fino a qualche giorno fa sembrava alfiere di una rinnovata “unità sindacale”: “Se in questo testo c’è una lacuna, se il mondo nel frattempo è cambiato e occorre sancire un principio – ha detto alla Stampa – sono disposto a dire sì a una legge che dica esplicitamente quando il licenziamento è consentito per motivi economici”. Incrinato il tabù, è auspicabile che le istanze di tutti i lavoratori, e non solo le esigenze dei posti di lavoro di tanti “tesserati”, siano tenute in conto da governo e parti sociali.
Una vittoria Fornero l’ha però già ottenuta. In questo fine settimana, infatti, leader sindacali come Raffaele Bonanni (Cisl) e Luigi Angeletti (Uil) hanno ammesso che l’articolo 18 così com’è non va bene, o meglio va bene soltanto come simbolo ad alta intensità ideologica. Bonanni si dice contrario all’abolizione dell’articolo 18, ma poi al Sole 24 Ore ha spiegato: “Tiriamo fuori dall’area dell’articolo 18 questioni come i licenziamenti economici, nella parte che si presta a distorsioni in caso di ricorso alle vie giudiziarie”. Stesso discorso per Angeletti, che pure fino a qualche giorno fa sembrava alfiere di una rinnovata “unità sindacale”: “Se in questo testo c’è una lacuna, se il mondo nel frattempo è cambiato e occorre sancire un principio – ha detto alla Stampa – sono disposto a dire sì a una legge che dica esplicitamente quando il licenziamento è consentito per motivi economici”. Incrinato il tabù, è auspicabile che le istanze di tutti i lavoratori, e non solo le esigenze dei posti di lavoro di tanti “tesserati”, siano tenute in conto da governo e parti sociali.